BASTIA UMBRA- Ci ha messo quasi due ore a pronunciare la parola che gli ottomila militanti accorsi a Perugia attendevano fin dall'inizio della convention di Futuro e libertà. Sono le due del pomeriggio, a telegiornali spenti, quando Gianfranco Fini chiede «le dimissioni» di Berlusconi e «l'apertura della crisi di fatto», pur accompagnandole da una via d'uscita onorevole, «un colpo d'ala per far nascere un nuovo governo, con una nuova agenda e un nuovo programma e, soprattutto, con una nuova maggioranza, allargata all'Udc per fare le riforme e varare una nuova legge elettorale». La platea risponde con un boato che rivela tutta la voglia dei "futuristi" di archiviare l'esperienza del Pdl e di voltare pagina. E il presidente della Camera non li delude, non si lascia andare «a tatticismi e strategie di galleggiamento», sceglie di tracciare un percorso difficile, ma molto circostanziato. «Offriamo al premier l'opportunità difare un gesto da statista e di dimostrare di avere davvero a cuore il bene del Paese- sottolinea, non senza una punta di ironia- se non lo farà, non aspetteremo un minuto di più e ritireremo la nostra delegazione al governo. E a quel punto, i nostri gruppi parlamentari si riterranno liberi di votare solo i provvedimenti che riterranno utili per l'Italia».
Mani libere, dunque. E «nessuna paura del voto, anche se le elezioni non sono certo ciò di cui l'Italia ha bisogno. Ma se qualcuno vuole assumersi questa responsabilità, faccia pure». Ma lo strappo, se il premier non risponderà positivamente alla sfida è alle porte. L'immagine plastica della lacerazione si staglia quando i ministri e i sottosegretari "futuristi", Andrea Ronchi e Adolfo Urso, Antonio Bonfiglio e Adolfo Urso, salgono sul palco, stretti l'uno all'altro, e si dichiarano «pronti a consegnare le deleghe di governo al presidente Fini». E' questa l'arma segreta che il presidente della Camera aveva in serbo. E che al suo popolo spiega così: «Si tratta di avere coraggio, non di staccare la spina, anche perchè se non ci assumessimo le nostre responsabilità, la spina, alla fine, la staccherebbero gli italiani».Fini, dunque, ha saltato il fosso «per andare non contro Berlusconi e il Pdl, ma oltre il Pdl». Si tratta di percorrere una strada nuova per governare il Paese «perchè non si può tirare a campare beandosi del governo del fare, che invece è il governo del fare finta di niente e perché l'Italia non è il "paese dei balocchi che dipinge Berlusconi». L'ambizione che coltiva Futuro e libertà, spiega Fini, citando Antoine de Saint Exupery, è «non tanto costruire la nave, ma far nascere nei cuori la nostalgia del mare». E, in questo caso il mare è l'ineludibile bisogno di tornare a fare politica «per dare una risposta alle emergenze italiane».
Il presidente della Camera comincia il suo intervento con toni pacati, senza punte polemiche. Ma si toglie la soddisfazione di sottolineare quanti siano diventati oggi «i quattro gatti che qualcuno ipotizzava». Subito dopo, chiarisce che Futuro e libertà «non sarà nè un'Alleanza nazionale in piccolo, nè una zattera pronta a raccogliere naufraghi e disperati. Porte aperte per tutti- scandisce- tranne per gli affaristi e i carrieristi». E la navigazione ha come stella polare il manifesto, scandito da Barbareschi, che ricorda i valori che si propone di coniugare Fli: legalità, «perchè se non c'è, vince solo il più forte sul più debole», solidarietà, diritti civili, «per tutti, uomini donne, bianchi e neri, cristiani, ebrei, musulmani, famiglie e coppie di fatto, etero e omosessuali», meritocrazia, lavoro, integrazione e coesione nazionale.E qui piazza un altro fendente nei confronti del Pdl: «Non ho mai visto in Europa un partito che dibatta in modo così superficiale e arretrato sui diritti della persona».
Il suo popolo si spella le mani e il ritmo aumenta quando Fini accusa Berlusconi e il governo «di aver perso la sintonia con il Paese, di non sapere più intercettare bisogni e desideri».Di qui, la proposta di una nuova agenda con vere priorità, «che non sono le leggi ad personam, ma la fine dell'egoismo territoriale che predica la Lega, la revisione dei tagli lineari a tutti i ministeri, senza valutare quale siano le politiche da incentivare e quali no, la stipula di un patto tra generazioni per ridare speranza ai giovani condannati all'eterna precarietà. E qui Fini cita il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, e la sua proposta di prevedere negli anni la stabilizzazione dei precari. Non a caso, forse, perchè se Berlusconi si arroccherà, se i finiani ritireranno la delegazione al governo e l'Esecutivo dovesse essere messo in minoranza in Parlamento, nulla è escluso, il voto a primavera, ma anche un governo che affronti le emergenze del Paese.