In caso di voto solo il premio di maggioranza può salvare Pdl e Lega
Gli ultimi sondaggi convergono su di un punto: i consensi sui due maggiori partiti, il Pdl e il Pd, si assottigliano assegnando al primo il 26-27% e al secondo poco più del 24. Ciò conduce ad uno schieramento di partiti molto variegato: ben sette al di sopra del 5%. I due citati, più, nell'ordine, Lega Nord, Futuro e Libertà (che Mannhheimer accredita addirittura di un 8,1%), Sel, Idv e Udc. Uno schieramento da Paese proporzionalista, lontano dal bipolarismo e ancor più dal bipartitismo a cui tendevano il Partito Democratico "autosufficiente" di Veltroni e il Partito del predellino di Berlusconi.
Ma la legge elettorale vigente, il Porcellum, stravolge questa evidente tendenza degli italiani con un premio assurdo che alla Camera assegna una maggioranza assoluta "pesante" non a chi che raggiunge il 50,1 % bensì a chi si prende la percentuale relativa più elevata. Mentre al Senato i premi di maggioranza regionali, nei fatti, si elidono producendo una sostanziale ingovernabilità. Oggi come nel 2006, quando Prodi vinse a Montecitorio e perse o pareggiò a Palazzo Madama.
Difatti il Pdl - ormai identificato dopo lo "strappo" o la "cacciata" di Fini con Berlusconi - punta, in caso di crisi, ad elezioni in un solo ramo del Parlamento: si terrebbe infatti la maggioranza che ancora ha o presume di avere al Senato e opterebbe per le elezioni soltanto alla Camera dove potrebbe conquistare il favoloso premio giungendo primo anche con una percentuale non altissima. Sarebbe la prima volta nell'Italia repubblicana e produrrebbe un più che evidente stravolgimento della volontà popolare.
Di contro l'arco di partiti che va dal centro alla sinistra punta ad evitare nuove elezioni col Porcellum e quindi ad un governo di transizione che vari una legge elettorale in grado di restituire agli elettori la scelta degli eletti (con le preferenze o col collegio uninominale) ed abolisca per Montecitorio quel truffaldino premio di maggioranza.
La tensione è altissima. Domani infatti i finiani dovrebbero lasciare il governo. Ma non si aprirebbe la crisi di governo. In calendario alla Camera c'è infatti la legge finanziaria che non può venire rinviata a cuor leggero e per la quale premono il Quirinale e forze importanti. Un suo ritardo potrebbe aggravare la stagnazione in atto e ripercuotersi poi negativamente sul voto ai partiti di centro (Udc, Fli e Api). Ma se quel passaggio viene anteposto alla presentazione dell'ordine del giorno di sfiducia a Berlusconi (presentato da Pd e Idv e che alla Camera avrebbe i voti necessari), rischia di venire messa prima in calendario al Senato, sia pure con poco fair play e infischiandosi della finanziaria in arrivo, la mozione di fiducia al governo di Pdl e Lega (che contano di essere ancora maggioritari a Palazzo Madama). Una autentica volata a sportellate fra Sì e No.
Il premier appare sempre più agitato, straparla di "guerra civile" in caso di governo tecnico senza di lui. Ha bisogno di "scudi" protettivi. Se cade, deve poter andare subito al voto e trasformarlo in un "giudizio di Dio": o lui o i suoi nemici. Ha interesse però Bossi a questa "ordalia"? Credo proprio di no. Nei prossimi giorni ne vedremo molte di mosse e contromosse.