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Data: 16/11/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Crisi di Governo - Asse Fini-Casini: niente reincarico al Cavaliere. Il leader fli: la proposta del Berlusconi bis è ormai scaduta, ora nuovo esecutivo di centrodestra

ROMA - Nel giorno della «sberla fatale», Gianfranco Fini si gode «il dibattersi di Berlusconi e il disfacimento del Pdl». E a metà giornata, dopo aver ritirato la delegazione di Futuro e libertà dal governo e dopo un breve colloquio con Giorgio Napolitano e Gianni Letta, il presidente della Camera confida: «Ora il Cavaliere appare intenzionato ad accettare ciò che gli avevamo chiesto e che ha rifiutato, il Berlusconi-bis. Ma le proposte politiche hanno un loro tempo e la nostra ormai è scaduta...».
«Niente male, una vera portonata in faccia», per dirla con Fabio Granata. Di certo, è la consacrazione di una escalation già scattata durante il week-end. E' la risposta alle nuove incursioni (con telefonate e colloqui) del nemico Berlusconi nel campo di Futuro e libertà alla ricerca di qualche "disertore" di ritorno. Ed è, soprattutto, la saldatura con la posizione assunta da Pier Ferdinando Casini. Il leader Udc venerdì aveva scandito: «Mai un Berlusconi-bis». Ebbene, ora il niet è fatto suo da Fini: «Se votassimo un nuovo esecutivo guidato dal Cavaliere la gente finirebbe per non capire nulla». E non verrebbe spazzato via il nemico mortale cui strappare la leadership della destra.
«Ormai il Cavaliere si è bruciato i ponti alle spalle», sostiene Adolfo Urso, coordinatore del Fli. «Toccherà a lui, per il bene del Paese, indicare il suo successore per guidare un nuovo governo di centrodestra aperto all'Udc. Che sia Letta o Alfano, Tremonti o Maroni, noi siamo disponibili a parlarne...».
Fini - che torna ad escludere governissimi con il Pd - non crede però «sia probabile» la metamorfosi di Berlusconi da «capo assoluto a facilitatore della transizione». Non scommetterebbe un euro sulla possibilità di vederlo nel ruolo di "king maker" del successore. Piuttosto osserva con attenzione ciò che accade nel Pdl e nella Lega e non giudica del tutto impossibile la pista della «deposizione».
Nell'entourage del presidente della Camera non è passato inosservato l'appello di Gianni Letta a «superare le contrapposizioni esasperate» e a ritrovare lo spirito del Dopoguerra «quando insieme risollevammo un Paese ridotto in macerie». Non perché qualcuno creda che Letta stia agendo in proprio per mettere da parte Berlusconi. L'appello del sottosegretario è stato interpretato piuttosto come «un sondaggio del Cavaliere per capire se è ancora possibile puntare a un bis». «Il segno», dicono al primo piano di Montecitorio, «della sua grave debolezza». «E, Letta a parte, cosa dire di Berlusconi costretto a smentire il peone Stracquadanio per l'accusa di disimpegno lanciata contro Alfano, Gelmini, Frattini, Carfagna? E come spiegare La Russa che, penosamente, chiede di recuperare i valori del passato, ricordando di quando con Gianfranco cominciò a fare politica con i "pantaloni corti"? La verità è che sono alla canna del gas. Certe cose andavano dette prima, non ora».
Appunto: «Il tempo è scaduto». «Ora si tratta di recuperare lo schema del 2006 ma non il suo epilogo», dice il centrista Roberto Rao. «Quell'anno, prima delle elezioni, Berlusconi si disse pronto a farsi da parte e a lanciare la candidatura di Letta a premier. Salvo poi ripensarci, dicendo: "I sondaggi non lo consentono, solo io posso battere la sinistra"».
E qui si arriva alla Lega. «Al di là delle dichiarazioni ufficiali di fedeltà al Cavaliere, dietro a Bossi i suoi colonnelli sono divisi e non soltanto sul destino di Montezemolo alla Ferrari», osserva maliziosamente Urso. «C'è Calderoli che non vuole l'Udc. E c'è Maroni che invece apre. Soprattutto è ormai chiaro che per salvare i decreti attuativi del federalismo, la Lega non intende seguire Berlusconi nel rovinoso precipizio elettorale».
Precipizio cui il Fli comunque si prepara. «Possiamo andare oltre il 20%», azzarda il coordinatore. Lo schema è chiaro: alleanza con l'Udc, l'Mpa di Lombardo e l'Api di Rutelli. Più l'aggiunta della velenosa candidatura di Gabriele Albertini a Milano, capace di spappolare il Pdl e di lacerare il Pd.

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