Andare oltre la fusione Creare un riferimento urbano per residenti lavoratori e abruzzesi fuori regione
PESCARA. Una nuova città nata dalla fusione di Pescara, Montesilvano e Spoltore. E' il progetto lanciato dal consigliere regionale dell'Idv Carlo Costantini: un unico cappello per tre Comuni, tagli alla politica e nuove risorse. Ma per Luciano D'Alfonso, ex sindaco di Pescara, la «grandezza» di una città non è più quella tradizionale, legata all'estensione, ma si misura su confini indefiniti in cui fioriscono le specializzazioni di cui parla in questa intervista al Centro.
D'Alfonso, è favorevole alla fusione di Pescara, Spoltore e Montesilvano?
«Trovo interessante il tema sollevato da Carlo Costantini, che si può ricondurre alla questione: "Quanta grandezza serve a Pescara?". La mia risposta è che Pescara ha bisogno di una grandezza non di tipo tradizionale, anche perché in Italia e in Europa ci sono città anche più piccole ma più grandi per capacità di attrazione. Allora, se gli elementi della grandezza sono quelli tradizionali come riportato nello studio - numero di abitanti, imprese, chilometri in più di strade - non sarà facile assistere a una nuova Pescara».
Perché?
«Perché ci sarà la reazione scontata di chi vorrà difenderla. Io, invece, vorrei raccogliere la sfida ma esaltando la capacità della città di essere tante volte, e nella stessa giornata, un riferimento urbano: per gli abitanti, per chi ci dorme, per chi la raggiunge per lavoro, per chi viene qui a fidanzarsi. Pescara è la città di chi ci risiede anagraficamente, ma è anche la città che può contare su 100 mila persone che la raggiungono per i servizi».
Come correggerebbe la proposta di Costantini?
«Le città si distinguono in città dello spazio, delle reti e dei flussi: Pescara è un sistema urbano carico di significati per tutta la regione, Pescara è una città- regione».
Spieghi a un pescarese, cosa significa Pescara città-regione.
«Una città cercata da tutti i cittadini della regione, dai residenti, da chi arriva la mattina e va via la sera: da una comunità di persone che sente sua questa città pur non dormendoci».
Cosa non la convince dell'unione dei tre Comuni?
«La proposta di Costantini ha lo stesso valore che ebbe 25 anni fa la grande intuizione di Diego De Sisto che pensava a un innalzamento di Pescara integrata con Chieti. Ma l'idea pone un ripensamento».
Come dovrebbe essere ripensata?
«In un quadro ampio, scommettendo sulle politiche urbanistiche e sui trasporti. Da cittadino, non m'interessa sapere dove dormo, dove compio le mie azioni, ma m'interessa disporre della qualità dei servizi di eccellenza, dell'università, dell'ospedale, di incontrarmi con gli altri. La città di oggi non ha bisogno, come accadeva un secolo fa, della grandezza tradizionale dello spazio fisico: non c'è bisogno di avere cittadini all'interno. Questo accadeva militarmente, quando si chiamavano i cittadini per difendersi dagli attacchi. Bisogna rivoluzionare le categorie dello spazio».
Come si compie la rivoluzione dello spazio?
«Attraverso politiche serie dei trasporti per consentire a chi ha casa a Moscufo di venire a Pescara a fidanzarsi».
Se la proposta servisse, com'è negli intenti, a dimezzare i tagli della politica, sarebbe d'accordo?
«Un Comune con le ali riesce a trovare il modo di risparmiare».
Lei dice che la grandezza di una città non si misura in termini di estensione. Pescara, dove troverebbe la sua grandezza in questo spazio senza confini?
«Nella specializzazione, nella pianificazione strategica che riservi un ruolo alla città e un altro alle sue prossimità».
Quale sarebbe il ruolo di Pescara e quale delle sue prossimità?
«Pescara ha una naturale posizione strategica, ma sconta ancora la difficoltà del funzionamento delle infrastrutture: porto e aeroporto. Queste strutture sono state create per una compiuta capacità di funzionamento ma, adesso, vanno collocate nella rete dei rapporti internazionali. Ma penso soprattutto alla rete ferroviaria: è il ferro a dover dare la direzione alla città. A Spoltore e Montesilvano, toccherebbe invece la dislocazione di strutture che siano capaci di allegerire Pescara dalla morsa del traffico e dei servizi quotidiani».
Come collegare questo spazio che immagina?
«Non con l'elevazione istituzionale, con un unico Comune, ma con la qualità dei trasporti. Non edificando troni, ma stabilendo convergenze di funzioni, puntando sulla ferrovia».
La proposta di Costantini non è stata accolta favorevolmente dai politici, mentre gli imprenditori sono stati entusiasti. Perché questa differenza di mentalità?
«L'impresa abruzzese sta spingendo molto. La politica, invece, ritiene che quando vengono meno i livelli istituzionali viene meno un pezzo di rappresentanza. Qual è la conclusione di questo dibattito? Per me, non è arrivare alla creazione di un super municipio, non è il raggiungimento di una superficie più grande».
Cosa la spinge a pensare la proposta di Costantini?
«Ad andare oltre la proposta: Ancona è più piccola, ma ha un ruolo più grande grazie al porto, Perugia svetta per l'università. Pescara deve aprire una seconda fase, quella congeniale al suo carattere di città relazionale, sviluppare i servizi trasportistici. La ferrovia deve diventare più facile da utilizzare: da Giulianova a Pescara, da Ortona a Pescara, da Pescara fino a Scafa. Una grande T da percorrere con facilità, creare un grande rettangolo tra Pescara e Chieti».
Queste idee sono mature per i tempi?
«Si stanno affrontando da tanti anni. Ma adesso c'è un fatto nuovo, c'è il grande protagonismo della Regione che può contare in poteri maggiori e nei rapporti con Roma: un protagonismo che va usato».
Il Molise, come entra in questa dimensione più vasta?
«Federato strategicamete con l'Abruzzo e le Marche. Ma anche qui occorre una nuova visione: perché non è vero che gli abruzzesi sono solo quelli che vivono in Abruzzo, perché nel mondo ci sono 3 milioni e 600 mila abruzzesi raggiungibili grazie alla modernità. La consistenza demografica di una città, ripeto, non serve più. I cittadini sono anche quelli che sono fuori e occorrono politiche che li sostengano, che facciano percepire la vitalità, le specializzazioni. Ogni città deve avere un suo carattere irripetibile».
Qual è il carattere irripetibile di Pescara?
«La capacità di accoglienza».