ROMA - «Non so se Berlusconi cercherà di incassare la fiducia del Senato per poi correre a dimettersi prima di essere sfiduciato dalla Camera. Non sono mica un mago...». Neppure Claudio Scajola, capocorrente di peso del Pdl, azzarda previsioni. E non lo fa perché questa mossa ad alto rischio, senza precedenti, delle dimissioni sul filo di lana della...sfiducia, sarà presa dal Cavaliere soltanto la sera del 13 dicembre. Forse la mattina di martedì 14. Quando il premier avrà dipanato il discorso in Aula. Quando il nemico mortale, Gianfranco Fini, in base alle «risposte» di Berlusconi, deciderà se ratificare la mozione di sfiducia insieme all'Udc di Casini.
Un vero e proprio rebus. Un carosello diabolico di mosse e contromosse che ancora deve cominciare a girare. Ma la strada delle dimissioni per "bruciare" la sfiducia della Camera viene esplorata davvero dall'entourage di Berlusconi. Per una ragione semplicissima: con la fiducia del Senato in tasca, pur dimettendosi, il Cavaliere manterrebbe il boccino in mano. E avrebbe due opzioni. La prima: puntare al reincarico e a un nuovo governo, dribblando quelli che definisce «agguati di palazzo». Traduzione: un altro "premier incaricato". La seconda opzione: tentare di precipitare verso le elezioni con un pizzico di forza in più nonostante la contrarietà del Quirinale.
Ma è una strada lastricata di "se". C'è da vedere se Napolitano accetterà questa forzatura costituzionale. Se la tempistica del calendario d'aula consentirà a Berlusconi l'operazione. E se riuscirà ottenere la sospensione del voto della Camera per salire al Quirinale. Cosa tutt'altro che facile: a Montecitorio comanda Fini. Per dirla con Gianni Letta, «nessuno sa cosa succederà il 14 dicembre».
Al momento di certo c'è solo che il Pdl e Futuro e libertà - per evitare un eccesso di logoramento reciproco - hanno cancellato una settimana di lavoro. E non s'era mai vista la Camera chiusa per...fiducia-sfiducia. La seconda cosa certa: Berlusconi per adesso se la sogna quella «forte maggioranza» invocata ancora ieri. A Montecitorio il governo, in base agli ultimi dati (vanno aggiornati ora per ora...), conta su 307 voti. Forse 312, se incassasse i sì del deputati "frontalinei" Calearo, Cesario, Grassano, Brugger e Zeller. Il fronte della sfiducia è forte di 318 onorevoli: 232 di Pd e Idv, più 86 di Fli, Udc, Mpa, Api, e centristi vari.
Per tenere salde le truppe, Fini e Casini, si muovono su tre livelli. Il primo è politico: la saldatura del nuovo fronte moderato con l'Api di Rutelli, l'Mpa e i liberaldemocratici di Italo Tanoni. Tant'è che oggi verrà celebrato una sorta di vertice "fondativo". «Ed è la politica, in questi casi, non un piatto di lenticchie offerto per di più da un Cavaliere in rotta, a decretare le scelte del singoli...», sostiene Adolfo Urso, coordinatore del Fli. Il secondo è psicologico: «Berlusconi vuole la fiducia solo per sbarrare la strada ad altri governi e poi», va ripetendo Fini, «andare alle elezioni sostenendo che non ha una maggioranza solida». E non c'è un solo onorevole che ami perdere il posto.
Il terzo livello è...legale. Lunedì 13, dopo aver ascoltato Berlusconi e dopo aver verificato se avrà offerto o meno la riforma della legge elettorale, un piano di risanamento e sviluppo per fronteggiare lo spettro del tracollo economico e una nuovo patto di maggioranza allargato all'Udc, Fini e Casini faranno firmare la mozione di sfiducia a ciascun deputato. E con le firma in calce saranno poi difficili le diserzioni.
Ma mentre Casini può affermare con una certa tranquillità «saremo compatti al 100%», altrettanto non può dire Fini. Dentro al Fli c'è uno stormo di "colombe" (9 su 36 deputati) guidato da Silvano Moffa e Andrea Ronchi (più Menia, Polidori, Consolo, Patarino, Proietti, Paglia, Catone) che, a prescindere dalle "risposte" attese da Berlusconi, lavora (in stretti contatto con Letta) per trasformare la sfiducia in astensione. Salvando così la pelle al Cavaliere. «C'è già chi dà per certa la sfiducia, ma corre troppo», dice Moffa. «Decideremo solo la sera del 13 dopo aver ascoltato il premier».
Una situazione talmente intricata da allarmare lo psichiatra-deputato Carlo Ciccioli, Pdl: «Nessuno qui sa come finirà. I colleghi sono colti da attacchi di panico con somatizzazioni addominali o da crisi depressive. Temono di andarsene a casa, di non venire rieletti. Chi è nel panico è paralizzato dalla paura, oppure si muove. Ma nella direzione sbagliata...».