ROMA Torino, poco dopo la mezza. «Non esistono le condizioni per raggiungere un'intesa sull'investimento». Arrivederci e grazie. Si chiude così, con queste poche parole della delegazione aziendale il tavolo per la Nuova Mirafiori che nascerebbe da una joint venture Fiat-Chrysler. Ma è una rottura solo apparente: intimamente ne sono convinti tutti, persino gli uomini del Lingotto. Perché ad un accordo - come dice il leader della Uil, Luigi Angeletti - non c'è alternativa. Se così non fosse Marchionne dirotterebbe all'esterno il miliardo di investimenti assicurato alla fabbrica torinese; i rapporti con i sindacati (anche quelli che hanno firmato l'intesa di Pomigliano) diventerebbero assai difficili; la stessa sorte dello stabilimento campano tornerebbe in bilico. Classica e scontata pausa di riflessione, poi, la prossima settimana le parti potrebbero nuovamente incontrarsi per giungere ad un compromesso. Che escluderebbe la Fiom. Insomma, si andrebbe ad un nuovo accordo separato. Lancia un appello alla ripresa della trattativa il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi: «L'intelligenza e l'esperienza devono far prevalere il bene comune, bisogna riprendere il confronto». A far saltare il tavolo è stata la richiesta - indiscutibile - avanzata dall'azienda di un contratto ad hoc per la joint venture da applicare ai lavoratori delle Carrozzerie e che dovrebbe essere esteso progressivamente a tutti i dipendenti e tale da configurare un contratto aziendale che cancellerebbe quello nazionale dei metalmeccanici. Ovvio e scontato il «no» della Fiom. «Perplessità» da Fim e Uilm. «Sì» di Fismic e Ugl. Troppo poco, secondo il Lingotto, per avviare l'investimento su Mirafiori; troppo per i sindacati che non possono accettare di cancellare in un sol colpo un contratto che fa parte della storia delle relazioni industriali.
Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, è convinto che si tratti soltanto di una «sospensione del confronto, scioglieremo il nodo del contratto». «Deve prevalere la responsabilità - aggiunge - e la necessità di portare avanti un investimento nell'interesse del Paese». Per Angeletti è solo una rottura, quasi fisiologica per ogni trattativa. Ugl e Fismic chiedono la ripresa immediata delle trattative. Giovanni Centrella, segretario generale della prima organizzazione sottolinea come «sia in gioco il destino dell'industria manifatturiera più importante d'Italia». Roberto Di Maulo, leader della seconda sigla sindacale accusa Fim e Uilm di «gravi responsabilità per l'incertezza dimostrata nel firmare». Di tutt'altro avviso la Cgil. Attacca Susanna Camusso: «Non è più la Fiom che non firma gli accordi, ma è la Fiat che non riconosce più il contratto nazionale e vuole uscire da Confindustria. Confindustria e Federmeccanica hanno inseguito la volontà della Fiat con le deroghe al contratto. Fin dove sono disposte ad arrivare in ragione del fatto che ogni volta la Fiat sposta l'asticella sempre più in alto?».
La linea della Fiom è chiara da sempre: difendere il contratto nella sua interezza, senza se e senza ma. «E' necessario - dice il leader, Maurizio Landini - coinvolgere i lavoratori e farli decidere sulle loro condizioni anche se è chiaro che il modello Pomigliano, proposto per lo stabilimento di Mirafiori, punta a superare il contratto nazionale». Non peregrino il concetto dell'ex ministro del Welfare e un passato da sindacalista metalmeccanico, Cesare Damiano: «Il contratto alla fine non è un ostacolo. Se l'obiettivo dell'azienda è quello di assicurarsi standard di competitività sono fondamentali i punti dell'accordo, non il loro contenitore».