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Pescara, 18/04/2026
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Data: 07/12/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Con il federalismo Chiodi rischia il posto. Secondo la bozza del governo non sono rieleggibili i governatori con i conti in rosso

Il presidente può essere travolto da quella stessa politica dalla quale aveva promesso di distinguersi

PESCARA. Tre anni fa di questi tempi si diceva che a fine 2010 avremmo festeggiato il pareggio dei conti della sanità e dunque l'uscita dell'Abruzzo dal piano di rientro. A poco meno di 20 giorni da quella scadenza, la navicella della sanità abruzzese è tornata in alto mare.
Non solo perché il rientro dal debito è più lento del previsto (il ministero ha però sempre detto che la Regione è in linea con le prescrizioni del tavolo di monitoraggio, anche se il 2010 si chiuderà con un deficit di 70 milioni), ma anche perché il governo ha cambiato le regole in corso d'opera. Se fino al 2009 analizzava il conto economico della sanità, dal 2009 verifica quello patrimoniale. Ossia, se fino al 2009 il tavolo di monitoraggio controllava solo le due colonne delle entrate e delle uscite della sanità per vedere quanto di rosso c'era, oggi controlla tutto, a tappeto. Il risultato è che la Regione è chiamata a rifondere al bilancio della sanità i soldi che sono stati destinati ad altri settori della macchina amministrativa negli anni 2004-2007, circa 260 milioni, il 5% del fondo sanitario regionale annuale (a questi vanno aggiunti 101 milioni che la Regione considerava tra i crediti perché era quanto pensava di incassare vendendo gli immobili delle Asl, cosa mai avvenuta). Questi soldi sono saltati fuori proprio analizzando il conto patrimoniale dove il fondo sanitario compare tutto e non decurtato del 5%.
Il bilancio della sanità era insomma una gallina delle uova d'oro non solo per le cliniche private o per i politici che nominavano i primari e inauguravano ospedali e reparti, ma anche per gli altri assessorati che potevano gestire ogni anno un tesoretto di un centinaio di milioni per le «esigenze del territorio». Questo dava l'illusione che la sanità non assorbisse l'80% del bilancio regionale, com'è oggi, ma solo, mettiamo, il 70%. Era però un'illusione, perché adesso quei soldi devono tornare a casa.
Questo è il quadro. Per Gianni Chiodi è una partita difficile da giocare soprattutto in una congiuntura economica così sfavorevole (Tremonti non farà sconti), e con l'arrivo del federalismo fiscale che imporrà alle Regioni un rigore mai sperimentato prima. Tra le regole introdotte dal federalismo ce n'è una che se venisse approvata comporterà per i governatori con i conti in rosso l'allontamento dalla politica per dieci anni. La norma è contenuta in uno schema di disegno di legge approvato il 1º dicembre dal consiglio dei ministri, uno dei decreti attuativi del federalismo fiscale.
Il provvedimento introduce l'inventario di fine legislatura regionale. Una sorta di «dichiarazione certificata dei saldi prodotti e delle iniziative intraprese», da far approvare in consiglio regionale prima delle elezioni amministrative. L'inventario di fine legislatura sarà obbligatorio per le regioni soggette a piano di rientro della sanità ed è facoltativo per le altre. La bozza introduce anche l'ipotesi di fallimento politico del presidente della giunta nel caso «di grave dissesto finanziario». Il presidente potrebbe in questo caso essere rimosso e interdetto «da qualsiasi carica in enti vigilati o partecipati da enti pubblici per un periodo di dieci anni». E' possibile che questa bozza sia travolta dal fallimento della legislatura ma il rischio resta. Si capisce dunque la preoccupazione di Chiodi: il governatore che ha fatto della discontinuità rispetto al passato la bandiera della sua azione politica, rischia di essere travolto dall'onda lunga di quella stessa politica dalla quale voleva allontanarsi.
Trentacinque ospedali (uno ogni 34mila abitanti), quasi ventimila addetti (uno ogni 65 persone), un costo di due miliardi 400 milioni di euro l'anno (duemila euro procapite), altri due miliardi circa di debiti che gli abruzzesi pagano con le tasse regionali più alte d'Italia, sono il frutto di una classe politica che ha usato la spesa pubblica non solo come strumento di ammodernamento della macchina statale, ma come ammortizzatore sociale e volano elettorale. Come la situazione sia precipitata è presto detto. La spesa sanitaria in Abruzzo esplode dopo il 2000 con il governo di Giovanni Pace (centrodestra), che per rimediare avvia la prima cartolarizzazione di 346 milioni di euro, trasforma cioè i debiti in obbligazioni che vende sui mercati internazionali. Il suo successore Ottaviano Del Turco (centrosinistra) ne fa una seconda di 328 milioni. Per queste operazioni l'Abruzzo ogni anno paga 98 milioni di interessi. Ma i conti non migliorano e Prodi e Padoa Schioppa nel 2007 impongono il piano di rientro, i ticket sui farmaci e l'aumento delle addizionali Irpef e Irap. Nel 2008, dopo gli arresti della giunta Del Turco, il nuovo ministro Maurizio Sacconi commissaria la sanità. Il commissario Gino Redigolo aumenta ancora tasse e ticket ma non riesce a mantenersi entro la soglia del 5% di deficit e viene sostituito da Chiodi. Il governatore chiama accanto a sé Giovanna Baraldi che inizia una dura politica di tagli e il 17 novembre scorso, davanti alla commissione Sanità del consiglio regionale, pur non nascondendo le criticità del piano di rientro, prennuncia di fatto la fine del commissariamento entro il 2011, o per usare le sue parole «il ritorno della sanità alla gestione della politica». Ma due settimane dopo stiamo di nuovo con i debiti fino al collo.

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