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Pescara, 18/04/2026
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Data: 08/12/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
I sondaggi "condannano" il Cavaliere a proseguire. Colloquio Fini-Letta, ma il premier resiste all'ipotesi di dimissioni nonostante la promessa di un bis

ROMA - «Silvio vuole il sangue». Non ci crede Pier Ferdinando Casini al passo indietro di Silvio Berlusconi e lo dice senza mezzi termini a Gianfranco Fini che poco dopo si sentirà ripetere lo stesso concetto da Gianni Letta con il quale ieri pomeriggio ha lasciato Montecitorio dopo il concerto dei ragazzi di Santa Cecilia. Gli ambasciatori e le colombe hanno ripreso a volare e i moderati di Pdl e Fli hanno fatto sentire la propria voce per evitare lo scontro frontale che alla fine lascerà sul campo o un governo in piedi ma con una maggioranza risicatissima, o un'opposizione vittoriosa ma incapace di esprimere un'alternativa di governo. Due vittorie di Pirro destinate a squassare il centrodestra spingendo il Paese all'ennesimo scioglimento anticipato delle camere.
Il punto però dove si blocca ogni trattativa resta quello di sempre: ovvero le dimissioni di Berlusconi che i futuristi pretendono prima di avviare una trattativa su un possibile "bis". Una "conditio sine qua non" indigeribile per il presidente del Consiglio che ieri pomeriggio, incontrando a palazzo Grazioli i ministri Alfano e Brunetta, ha bollato come «fantasiosa». Dimettersi da papa per poi trovarsi come cardinale, mentre la guida del governo passa magari ad uno dei giovani rampolli del Pdl, è per Berlusconi «un rischio non per me ma per tutta l'area moderata». Il clima in queste ore è teso e le voci tante. Compresa quella più fantasiosa che descriveva ieri un Cavaliere in tale difficoltà da incontrare il nemico numero uno del Pdl: Italo Bocchino.
Ancora una volta sono i sondaggi a supportare le scelte del Cavaliere e le percentuali spingono a tenere duro anche in vista del più che probabile voto anticipato. Dimettersi per "colpa" del co-fondatore del Pdl significa per Berlusconi pagare un prezzo troppo alto alla sua leadership e di fatto consegnare il centrodestra non tanto ad uno dei suoi ministri divenuti premier (Alfano, Gelmini o Frattini), ma all'accoppiata Casini-Fini che poi potrebbero decidere di staccare la spina all'esecutivo in qualunque momento.
«Lascerei volentieri, ma non c'è nessuno sinora in grado di raccogliere consensi come me», ha sostenuto ieri il premier in uno dei numerosi incontri avuti a palazzo Grazioli.
I sondaggi e ancora i sondaggi guidano le scelte del presidente del Consiglio e sono proprio quelle percentuali a sostenere che il terzo polo rappresenta un rischio per la tenuta del centrodestra a palazzo Madama. Dividere Fli da Udc, Fini da Casini resta l'obiettivo del Cavaliere. Una strategia corroborata dai consigli di qualche immancabile tonaca preoccupata per la linea laicista del presidente della Camera. Sinora però il blocco terzopolista, completato da Rutelli, tiene e le preoccupazioni dei più stretti collaboratori del Cavaliere cresce e spinge Letta ad incontrare Fini, mentre i capigruppo del Pdl alla camera e al Senato, Cicchitto e Gasparri, provano a tendere la mano anche su temi - come la legge elettorale - sinora tabù.
Il gran lavori dei moderati si è però sinora scontrato con la rigidità di Berlusconi, convinto che l'unico obiettivo di Fini sia «farmi fuori», e quelle del presidente della Camera che invece vuole a tutti i costi dimostrare che «non è lui il padrone del centrodestra».

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