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Pescara, 18/04/2026
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Data: 09/12/2010
Testata giornalistica: Il Centro
«Pronti a unire le forze per fare dell'Abruzzo una vertenza nazionale». Il senatore Legnini sui temi caldi della crisi economica «Giunta di centrodestra spaurita, da sola non ce la fa»

PESCARA. «Siamo in una fase di profondo cambiamento, l'Abruzzo ha bisogno di una reazione forte alla crisi, necessità di modificare grammatica e contenuti della politica». Giovanni Legnini, senatore del Pd, componente della 5ª Commissione parlamentare permanente (Bilancio), risponde sui temi più caldi della Vertenza Abruzzo.
«Di fronte al grande cambiamento in atto, questo governo di centrodestra non ce la fa. Ha poche e confuse idee. Il suo presidente appare impaurito e assediato. L'Abruzzo è passato nell'arco di pochi anni da un primato a un altro: per qualche decennio, è stata la prima regione del Mezzogiorno per crescita e occupazione, oggi registra la peggiore performance in Italia».
Quali sono i dati che più la colpiscono?
«I 33mila disoccupati che la crisi economica aggiunge agli oltre 50mila già in attesa di un lavoro, lo zero assoluto sugli investimenti pubblici e privati. Poi la classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita, che vede precipitare tutte e quattro le province abruzzesi. Dati che testimoniano un senso di smarrimento evidente nella classe politica del centrodestra. Da questa situazione occorre riemergere».
Come si spiega lo smarrimento: caduta di peso politico, incapacità di selezionare una classe dirigente?
«Per la prima volta, nella storia della repubblica, l'Abruzzo non ha rappresentanti al governo. A parte Gianni Letta, la cui presenza come sottosegretario non nasce certamente dall'essere abruzzese. C'è poi una questione di stile. In questi due anni e mezzo, la dirigenza del centrodestra ha privilegiato l'ossequio di partito e l'accomodamento personale alle ragioni degli abruzzesi».
Qualche esempio?
«Parto dall'ultimo. Ci siamo fatti carico di presentare in Parlamento una proposta seria e fattibile sulla legge di stabilità. Oltre agli inderogabili impegni sull'Aquila, abbiamo proposto un intervento aggiuntivo e straordinario, a valere sul fondo delle aree sottoutilizzate (Fas), individuando gli stessi settori economici indicati dalla Regione con il Master plan: 500 milioni per edilizia sostenibile, turismo, automotive, Ict, made in Italy. Com'è finita lo sappiamo tutti: 14 voti contrari, quelli della maggioranza, e 12 a favore, noi dell'opposizione compresi Udc e Mpa. E chi c'era tra i contrari? I due senatori abruzzesi, Paolo Tancredi e Fabrizio Di Stefano. Peccato, perché avevamo una occasione straordinaria. Comprendo che non si volesse mettere in difficoltà il governo, ma si poteva almeno strappare un impegno, chiedere un tavolo di confronto per poi giocarsi le carte nei prossimi provvedimenti. Invece niente, silenzio e disciplina di partito. Non è un fatto personale, è un dato politico».
Forse la gravità della crisi rende più difficile far valere le ragioni dell'Abruzzo?
«Non credo. Certo, se racconti che va tutto bene: la ricostruzione va bene, l'economia si sta riprendendo e così via dicendo, come si può immaginare che il governo ci ascolti? Impossibile. Ma questo è un atteggiamento dannoso per l'Abruzzo, e va cambiato. La situazione è straordinaria, e se vogliamo raccogliere l'appello delle associazioni di categoria e dei sindacati, occorre alzare la voce, avere idee chiare e proposte precise per farle valere dove si decide».
Cosa sarebbe più utile fare in un momento come questo?
«In questi momenti si uniscono le forze, si battono i pugni sul tavolo e si fa diventare la straordinarietà della situazione abruzzese un fatto nazionale. Noi siamo pronti a farlo. Naturalmente, siamo all'opposizione e possiamo solo fare la nostra parte».
Il buco di 360 milioni riemerso in questi giorni sulla sanità è un fattore di grande sbandamento. Legittimo definirsi sorpresi da questa scoperta?
«Ciò che è accaduto e le responsabilità di Chiodi sono state spiegate bene dal nostro segretario politico, dal capogruppo e dai consiglieri regionali. L'extradeficit era noto da due anni. Non lo diciamo noi, è scritto sui documenti. Anche l'attuale assessore al Bilancio lo ha riconosciuto. Mi colpisce invece la superficialità con la quale questo tema è stato affrontato. Viene il sospetto che Chiodi abbia taciuto questo dato per non creare un dispiacere ai suoi amici di partito, che quel deficit avevano creato tra il 2000 e il 2005. Ma adesso è più importante evitare altri errori. Il guaio è che siamo su una strada sbagliata».
Perché?
«C'è una sola soluzione al problema del deficit sanitario se non vogliamo ulteriormente aggravare le condizioni degli abruzzesi. E' quella che il nostro gruppo ha proposto: coprire l'intero extradeficit con un prestito dello Stato. L'Abruzzo ne ha diritto, perché il governo lo ha concesso per la stessa finalità a tutte le Regioni (Lazio, quasi 5 miliardi di euro, Campania, Sicilia e Molise) costrette al piano di rientro. Lo Stato ha dato a tutti il prestito tranne che all'Abruzzo, perché la nostra Regione aveva scelto la strada della cartolarizzazione del debito».
Il governatore Chiodi ha parlato di mutuo trentennale, della possibilità di attingere ai Fas previa consultazione con le parti sociali.
«Questa possibilità è inaccettabile, come lo sarebbe aumentare le tasse o introdurre ticket sanitari. La formula del prestito aumenterebbe la rata annuale, e per coprirla sarebbe necessario fare ulteriori risparmi di spesa, ma credo vi sia ancora molto "grasso" da eliminare».
Possibile fare altri tagli di spesa senza gravare troppo sui servizi?
«Sì, sicuro. Vogliamo vedere quanti reparti doppione esistono nell'area Chieti-Pescara? Quanti ancora, tra ospedali pubblici e privati? Vogliamo verificare il sistema degli appalti e delle consulenze nella sanità? Il rigore finanziario non è un optional, né un atto discrezionale, ma obbligo di legge. Il piano operativo 2010 sta sfasciando la sanità pubblica perché le migliori professionalità stanno andando via. Così diciamo: meglio pagare una rata trentennale che dare un colpo letale all'economia abruzzese. Basta una norma di legge, non una trattativa riservata. Noi siamo prontissimi a sostenerla».
La questione dei servizi mell'area più densamente abitata d'Abruzzo porta alla proposta di Costantini sulla "Grande Pescara". Cosa ne pensa?
«L'idea è buona ma per evitare che rimanga solo un buon proposito, bisogna cominciare a integrare i servizi alle persone e alle imprese che operano nell'area Chieti-Pescara. Se non si riesce a fare questo, assai difficilmente si potranno immaginare fusioni di città. Per esempio, la sanità. Noi diciamo: unifichiamo le gestioni e integriamo i servizi dell'area Chieti-Pescara, perché questo ci consentirebbe di risparmiare molti soldi e, ne sono convinto, anche di accrescere l'efficienza dei servizi. Oppure i trasporti su gomma e su ferro: abbiamo almeno tre gestori nell'area Chieti-Pescara. Si potrebbe invece realizzare un solo, rapido e efficiente sistema di trasporti. Noi abbiamo proposte, idee e soluzioni su cui insistiamo da tempo. L'obiettivo è fare di quest'area la più attrattiva d'Abruzzo, dopodiché i processi di fusione sono benvenuti e diventano più facili».

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