TERAMO. E-mail dall'ufficio in orario di lavoro: non può essere licenziato il dipendente che usa la posta elettronica nell'interesse dell'azienda. E' questa la sintesi di una sentenza che dispone la riassunzione immediata di un lavoratore messo alla porta dall'imprenditore.
La sentenza è di Giulio Cruciani, il giudice del lavoro del tribunale di Teramo a cui si è rivolto un trentenne teramano che dopo quattro anni alle dipendenze di una piccola azienda di Campli, da un momento all'altro, si è visto arrivare una lettera di licenziamento perchè accusato di aver fatto «comunicazioni non consentite, trascurando le proprie mansioni e dedicandosi in maniera prolungata ad argomenti non inerenti al suo lavoro». Per il magistrato, però, quel provvedimento è illegittimo e così qualche giorno fa ha ordinato alla società di reintegrare il dipendente e di pagargli una somma «pari al 50 per cento della mensilità della retribuzione globale dal momento del licenziamento alla reintegra con interessi e rivalutazione». Più 22mila euro per differenze varie nelle precedenti retribuzioni.
IL FATTO. Il giovane dal 2004 al 2008 lavora come impiegato di VI livello alle dipendenze di un'azienda di Campli, specializzata nella vendita di prodotti metallurgici.
Il suo compito è quello di intrattenere costantemente rapporti con le aziende-clienti della società. «Le mansioni del dipendente», scrivono gli avvocati Tommaso Navarra e Luca Di Eugenio nel ricorso presentato al giudice del lavoro, «trovano ragion d'essere nell'esplicita politica aziendale dettata dal vertice e finalizzata alla cosiddetta "fidelizzazione del cliente". In altri termini, sempre alla luce della politica aziendale, la società richiedeva ai propri collaboratori di svolgere le rispettive mansioni nel pieno rispetto dei termini assegnati, nonchè di intrattenere rapporti di amicalità con le aziende/clienti in modo da fidelizzare il cliente facendolo sentire parte, quindi collaboratore dell'azienda, e non semplice cliente» Secondo i legali, dunque, sono queste le ragioni che giustificano l'agire del dipendente «a fronte anche di comunicazioni a mezzo posta elettronica provenienti dai clienti e non strettamente afferenti le attività di produzione ma estese più volte a profili di amicalità proprio nel senso voluto dall'azienda».
I TESTIMONI. E, in questo contesto, per gli avvocati «la conferma che l'attività prestata dal dipendente fosse in perfetta sintonia con la politica aziendale scaturisce dai molteplici elogi arrivate dalle aziende clienti». L'impiegato, dunque, con il suo lavoro era riuscito a creare degli ottimi rapporti con i clienti proprio nel nome dell'azienda per cui lavorava: e questo, nel corso delle udienze, lo hanno sostenuto proprio gli stessi imprenditori clienti dell'azienda di Campli che sono stati citati come testi. «A fronte della professionalità raggiunta dal dipendente», scrivono ancora gli avvocati, «e delle perfetta corrispondenza del suo operato alla politica aziendale, l'azienda provvedeva a dotare il giovane delle chiavi di accesso all'azienda e dei codici di attivazione e disattivazione del sistema di sicurezza». Una fiducia, sostengono i legali, ampiamente meritata dal giovane dipendente che spesso iniziava a lavorare anche alle 5 del mattino per poi interrompere alle 20.