ROMA - «Nel tricolore, andrebbe scritto: tengo famiglia». Lo diceva quel demonietto di Leo Longanesi, e forse aveva ragione. Le Parentopoli d'Italia infatti non rispettano i confini geografici (Nord, Centro, Sud appassionatamente uniti nel "familismo amorale") e tantomeno quelli geo-politici. Pd? Certo! Pdl? E come no! Lega? «Noi, nelle nostre contrade, assicuriamo trasparenza assoluta - tuonò Umberto Bossi - contro ogni forma di clientelismo e nepotismo». Peccato soltanto che, quando s'è trattato di dare vita all'Osservatorio sulla Trasparenza del Sistema Fieristico Lombardo (tutto in solenni maiuscole), chi ha piazzato il Senatur nel comitato di presidenza? Il "Trota", suo figlio Renzo, prima che venisse avviato a una fulgida carriera di consigliere regionale lombardo e, forse, di successore dell'augusto papà sul trono del Carroccio.
L'Italia unita, e bipartisan, nel nome del «tengo famiglia» trova nelle società municipalizzate ed ex municipalizzate il suo paradiso terrestre. O meglio: il bancomat dei privilegi parentali. Illuminante lo scambio di battute fra un ex assessore regionale calabrese di sinistra, Nino De Gaetano, e l'allora sindaco (ora presidente della Regione) Scopelliti. «Nelle società miste - tuona il primo - avete assunto figli di consiglieri comunali di maggioranza e di minoranza». Replica di Scopelliti: «Ho dei fascicoli molto interessanti da porre alla sua attenzione....» (ovvero la lista delle assunzioni nepotistiche della sinistra). Chi dei due aveva ragione nel criticare l'avversario? Tutti e due!
Lo scorso anno, a La Spezia, l'azienda dell'acqua e del gas finisce nella bufera per l'assunzione di ventuno familiari di politici e di sindacalisti. Tutti di sinistra. Poco prima, le 397 assunzioni nelle ex municipalizzate di Palermo comprendono, in rigoroso criterio bipartisan, un mucchio di mogli e figli. La consorte dell'assessore al personale, il genero dell'assessore regionale al Bilancio, la prole del consigliere comunale, del sindacalista, del difensore civico.... Favoritismi più destrorsi che sinistresi, in questo caso. A Venezia, lo scorso anno, è finito nel mirino Franco Vianello, direttore della Arti Spa, una partecipata che si occupa di manutenzione, pulizia, derattizzazione. Vianello ha favorito un cognato? «Macchè, è solo un convivente di una mia parente», si difese lui. E sembra un film di Totò. Mentre un figlio poco meritevole (Renzo Bossi?) che viene piazzato per meriti familiari in un gran posto, o comunque strappa un impiego che non gli spetterebbe, fa venire in mente quella scena strepitosa dell'«Autunno del patriarca» di Gabriel Garcia Marquez, in cui la mamma del dittatore, Benedicion Alvarado, nel vedere «suo figlio in uniforme d'etichetta, con le medaglie d'oro e i guanti di raso», davanti al corpo diplomatico schierato in suo onore, non riesce a «reprimere l'impulso del suo orgoglio materno» e grida entusiasta: «Se io avessi saputo che mio figlio sarebbe diventato presidente della Repubblica, lo avrei mandato a scuola!».
In Piemonte, è di questi mesi lo scoppio della «Parentopoli alla Regione» (amministrata dalla Lega). Accusa: decine di fratelli, figli, mariti, mogli, cugine e cugini piazzati negli uffici del governo locale. Ma il presidente Cota reagisce e smentisce: «Nel mio staff non ho parenti, neppure alla lontana». Ancora in Piemonte, ad Alessandria, le partecipate si sono riempite con la moglie dell'assessore Zaccone, il marito dell'assessore alla famiglia (Curino), il figlio del consiglire comunale, il fratello del consulente, il padre del capogruppo.... E il sindaco? Ha assistito impassibile alla nomina di suo suocero, l'ottantottenne Giuseppe Cotroneo, a vicepresidente della società Amiu. Basta così? Sì, ma soltanto perchè è finito lo spazio.