Anche perché i vertici ecclesiali hanno lanciato in questi giorni segnali di preoccupazione per la crisi. Segnali che Berlusconi ha percepito come un sostegno. E nel breve saluto a tavola non ha perso l'occasione per ricambiare, assicurando la «massima collaborazione» del governo sui «temi che stanno più a cuore alla Chiesa».
Il Cavaliere ha regalato ai nuovi cardinali delle croci pettorali e si è mostrato ottimista anche con loro sull'esito del voto il 14 dicembre. Ma soprattutto ha voluto rimarcare quella prossimità sui temi eticamente sensibili e sulla scuola (al pranzo era presente anche la ministra Mariastella Gelmini), che sono dal punto di vista di Berlusconi pegno della benevolenza di Madre Chiesa al suo governo. In realtà, negli ultimi mesi, la Cei del dopo-Ruini aveva cominciato a marcare le distanze dal Cavaliere. Emblematica è stata l'insistenza del cardinale Angelo Bagnasco sulla «moralità» dei comportamenti pubblici, con riferimenti che non risparmiavano gli scandali del premier, e sulla necessità di «una nuova generazione di cattolici» alla guida della cosa pubblica. L'interlocuzione a tutto campo della Cei - non solo il rapporto con il centrodestra ma anche l'attenzione al Centro d'ispirazione cristiana e il dialogo con il Pd (che tutto sommato è il meno laicista tra i partiti progressisti europei) - ha avuto il suo culmine alle Settimane sociali. Su economia e welfare sono stati trovati anche diversi punti in comune con il centrosinistra.
Poi però il precipitare della crisi non ha convinto i vescovi. Probabilmente ha pesato la diffidenza verso Gianfranco Fini, che la Chiesa vede proiettato esattamente in quella traiettoria laicista e che Avvenire non perde occasioni di bacchettare. Ha pesato anche il clima di questi giorni, compreso il rifiuto di Fazio e Saviano di dare voce nel loro programma ai testimoni pro-life. Ma alla fine la crisi è sembrata ai vescovi soprattutto un salto nel buio, senza un'alternativa pronta, per di più con una grave crisi economico-finanziaria incombente.
Quando il cardinale Camillo Ruini ha parlato al convegno della Chiesa sui 150 anni di unità d'Italia molti hanno inteso, se non proprio una benedizione a Berlusconi, almeno la speranza di rinviare la caduta. Ruini ha chiesto un rafforzamento dell'esecutivo e un «sistema elettorale di tipo maggioritario»: proprio lui che negli anni '90, per difendere la Dc, combattè con durezza Mario Segni. Così quelle parole, nel contesto attuale, sono suonate come una presa di distanza verso i propositi di Terzo Polo e verso quelle aree del Pd più favorevoli all'alleanza con il centro.
Ruini non è più il presidente della Cei. Ma quel messaggio è stato lanciato rappresentando comunque un comune sentire tra i vescovi. Anche chi è critico verso Berlusconi oggi non vede un'alternativa pronta. Ieri dunque Berlusconi non poteva che incassare e ringraziare. Non che possa farsi illusioni di un sostegno duraturo. Anche Ruini, ad esempio, pare convinto che la parabola berlusconiana sia declinante, ma proprio per questo è tra coloro che spinge di più l'Udc a riprendere posizione nel centrodestra. Il centrodestra per lui dovrebbe essere una sorta di Cdu italiana, con una guida cattolica al posto del Cavaliere. Del resto, Ruini si battè molto per l'alleanza Pdl-Udc anche alle elezioni del 2008 (ma allora Berlusconi gli oppose un rifiuto). Non è detto che sia lo stesso schema di Bagnasco. Il suo appello ai «nuovi politici cattolici» potrebbe essere rivolto a tutti gli schieramenti, non solo al centrodestra: perché il bipolarismo etico «modello Spagna» è decisamente lo scenario più sconveniente per la Chiesa. Oggi comunque la crisi non convince. E tanto basta a Berlusconi.