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Data: 12/12/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Chiodi: il peggio è passato «Debito e terremoto, la colpa non è mia»

Imprevedibile il buco della sanità Hanno tolto fondi ai malati per destinarli alle leggi omnibus

PESCARA. Il 27 gennaio festeggerà due anni da presidente della Regione. Ma festa è la parola meno adatta per i 24 mesi più duri della vita di Gianni Chiodi, trascorsi fra il cratere reale e tragico del terremoto e quello metaforico dei debiti della sanità. Ne parla lui stesso in questa intervista al Centro.
Presidente, di questi tempi, qual è la prima cosa che pensa quando si sveglia la mattina?
«Mi sveglio con entusiasmo. Quando mi faccio la barba sono sempre pieno di cento buoni propositi. Poi, a fine giornata, c'è sempre il rammarico di non essere riuscito a fare tutto ciò che mi proponevo».
Penserà anche al buco della sanità, immagino. In molti sono convinti che lei avrebbe potuto o dovuto sapere di questi ulteriori 360 milioni. Non è così?
«No, non è così. Non era assolutamente prevedibile che fondi destinati alla sanità fossero stati distratti per altre cose. Uno poteva prevedere che, magari, ci fosse stata una differenza tra il debito nel bilancio di una Asl e ciò che, invece, era rappresentato, ma non che si togliessero fondi ai malati per destinarli, chessò, alle leggi omnibus. Questo era assolutamente imprevedibile. Anche perché nessuna Regione italiana si era mai permesso di farlo».
Qual è la critica che l'ha piu ferita in quest'ultimo anno?
«L'ultima. Il giorno in cui soffro insieme agli abruzzesi per aver scoperto cose che, per la loro spregiudicatezza erano, appunto, imprevedibili, vedo che accusano me e non chi quel buco l'aveva determinato. È la critica più grave perché ingiustificata e orientata. Io sono quello che ha scoperto il buco e che cerca, ora, di porvi riparo. Sembra, invece, che sia io il colpevole di distrazioni avvenute in anni in cui io non c'ero».
E la critica che, invece, ha accettato?
«Quella relativa a un maggior coinvolgimento delle opposizioni nelle scelte sanitarie. Francamente avrei potuto fare qualcosa di più per verificare se l'opposizione intendesse dimostrare di voler partecipare a questo processo di risanamento. Anche se ho due scusanti».
Quali?
«La prima è che dovevano essere fatte in tempi brevissimi scelte difficilmente conciliabili con quelli di un confronto profondo sulla materia. La seconda è che l'opposizione, in questi mesi, ha pensato a denigrare la mia dignità personale più che a criticare le mie scelte».
Il post terremoto è l'altro macigno che grava sulla possibilità di ripresa della regione? Dica tre cose importanti che si possono fare subito.
«La prima: i sindaci devono fare i piani di ricostruzione dei centri storici. La seconda: bisogna dare un sostegno alla situazione economica, quindi, occorre una piattaforma che la supporti in maniera peculiare e straordinaria; questo significa questione fiscale e zona franca. La terza: occorre che i soggetti attuatori (quindi il provveditorato alle opere pubbliche, il sindaco e il presidente della Provincia dell'Aquila, l'Ater eccetera) si organizzino per portare avanti i lavori con la massima celerità per potere sfruttare le ingenti risorse che sono già a nostra disposizione».
I famigliari delle vittime del terremoto chiedono che facciano un passo indietro tutti i politici che avevano incarichi amministrativi e che, pur conoscendo studi e normative antisismiche, non hanno fatto ciò che andava fatto. Che cosa risponde?
«Rispondo che rispetto il loro dolore ma ritengo inaccettabile che si scarichi tutto su chi non aveva nessuna responsabilità».
Lei era già presidente della Regione, però.
«Forse dovrei dire che, se ci sono responsabilità, esse vanno cercate più indietro nel tempo e non solo nella politica».
Può essere più chiaro?
«Voglio dire che, se ci sono costruzioni fatte male in zone a rischio sismico particolarmente elevato, oppure se le normative non tenevano conto che L'Aquila era in una zona sismica ad altissimo rischio, beh, tutti questi problemi sono datati».
E quindi?
«Quindi, a me nessuno aveva detto, per esempio, ciò che Cialente ha riferito di aver saputo da Boschi. Cioè che, prima o poi, sarebbe arrivato un terremoto distruttivo all'Aquila. A me questo nessuno l'aveva detto. Ma anche se si fosse saputo, io sono entrato in carica il 27 gennaio del 2009. Ebbene, sarebbe stato piuttosto difficile prendere una qualsiasi decisione. Avremmo dovuto dire che L'Aquila, prima o poi, sarebbe stata colpita da un grave terremoto e, siccome questo poteva avvenire anche il giorno dopo, avremmo dovuto probabilmente invitare tutti i cittadini ad abbandonare la città per sempre? Penso che sia una conclusione accettabile».
Come definirebbe il rapporto attuale fra gli abruzzesi e la loro classe politica?
«Credo che oggi la classe politica sia molto più responsabile che nel passato perché esercita la leadership dicendo spesso dei no. Nel passato si diceva sempre sì e si creava, così, un debito pubblico spaventoso che oggi sottrae quote consistenti di futuro ai giovani. Con quei sì si creavano le premesse di una politica clientelare».
Questo non accade più, secondo lei?
«Oggi mi sembra, per effetto anche della rarefazione delle risorse, che la classe politica sia più responsabile e, soprattutto, più preparata ad affrontare la complessità del governare».
E' questo che pensano i cittadini?
«La classe politica viene percepita, perlopiù, come una casta, composta da persone che fanno politica per tutta la vita, da chi oggi assume un incarico e domani passa a un altro. Insomma si pensa che in giro ci siano sempre le stesse persone».
Pensa di aver la forza politica per dire agli abruzzesi che, a causa dei debiti, devono ridurre il loro tenore di vita?
«Credo che sia nei fatti la necessità di ridurre i consumi voluttuari. Per quanto riguarda il rapporto dei cittadini con la classe politica, bisogna che essi sappiano che non potranno più contare sul sistema che alimentava le corporazioni semplicemente perché non si può più spendere il doppio di ciò che si produce. Se la Regione ha entrate pari a cento, non può più spendere per duecento come avveniva, invece, in passato».
Pensa di riuscire a spiegare questo alla società abruzzese?
«Io penso di sì, perché i cittadini abruzzesi sono molto più avanti rispetto a ciò che può apparire. D'altronde è una cosa che ho già fatto da sindaco di Teramo, e loro hanno capito. Alla Regione mi capiranno con il tempo. Alla fine, l'Abruzzo sarà più forte, avrà più fondi per lo sviluppo perché avrà ridotto il suo debito».
Si ricandiderà?
«Non dipende solo da me. Ho ancora tre anni davanti, anche se mi sembra di averne già passati cinque in carica perché sono stati due anni durissimi. Bisogna vedere come si arriva alla méta. Ma gli anni che mi aspettano non potranno mai essere così duri come quelli che ho alle spalle».

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