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Pescara, 14/04/2026
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19/12/2010
Il Centro
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Chiodi: decidiamo insieme le cose da fare. L'invito rivolto a sindacati, imprese, banche, università, enti locali
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PESCARA. «Concentriamoci su ciò che ci unisce e superiamo ciò che ci divide». E' con una massima di buon senso che si chiudono le 14 cartelle del Patto per lo sviluppo dell'Abruzzo che da venerdì scorso è nelle mani di tutti gli attori invitati ad aderirvi. Il plico è partito dagli uffici dell'assessorato allo Sviluppo di Alfredo Castiglione con al firma del governatore Gianni Chiodi che mercoledì scorso, durante il consiglio straordinario sulla crisi economica, ne aveva anticipato i contenuti. E' un piano ambizioso, adatto ai pontieri più che ai guastatori, un piano che scardita vecchie liturgie istituzionali e obbliga le parti a sedersi intorno a un tavolo e a discutere, dimenticando le fratture ideologiche, le preoccupazioni elettorali, gli equilibri politici, i tornaconti personali, le pressioni di lobby. E' in sostanza, una «faticosa e quindi graduale opera di innovazione amministrativa e operativa sia della pubblica amministrazione che dei soggetti protagonisti». Ma non è un «libro dei sogni», precisa il documento cercando di anticipare l'ovvio scetticismo che prende soppesando l'enorme mole d'impegno a cui la Regione chiama gli enti locali, i sindacati, le associazioni d'impresa, le camere di commercio, le banche, le università, per costruire quel sistema-regione (un'alleanza tra il sistema istituzionale e i sistemi territoriali) nel quale Chiodi individua l'unico soggetto in grado di affrontare con efficacia e con indispensabile concordia la grave crisi economica che sta scuotendo la Regione. L'obiettivo generale del patto è riassunto in tre verbi: Risanare, Riformare, Sviluppare, coniugati «con un federalismo solidale e responsabile». Le priorità o i «punti d'attacco» sono «la competitività del sistema delle imprese, la crescita di un'occupazione qualificata, il benessere dei cittadini e dei lavoratori», ma anche il recupero del «valore della responsabilità quale fattore di sviluppo e democrazia reale». Il patto si impegna anche a «rimuovere le cause di marginalità ed esclusione favorendo l'integrazione e la coesione sociale» e a «rilanciare la modernizzazione» delle leggi, della pubblica amministrazione, del fisco, delle infrastrutture e dei servizi. Fondamentale sarà infine «realizzare, sulla base del principio di sussidiarietà, un effettivo utilizzo delle competenze e delle risorse che sono presenti sul territorio regionale». Vasto programma, in grado di camminare solo in presenza di una «condivisione degli scenari» da parte di tutti. Una «cornice di convergenza» delle azioni che i singoli attori del territorio propongono e sostengono. Al centro del patto c'è un «Tavolo generale» che ha il compito di delineare gli indirizzi strategici e «verificare la loro effettiva attuazione». Ci sono poi «tavoli tematici» per le «specifiche questioni settoriali» attraverso i quali si attiva «un meccanismo di confronto continuo, formale e informale, tra i diversi livelli di rappresentanza - sia tecnici che politici - delle istituzioni e degli organismi rappresentativi dei corpi intermedi» Il patto individua cinque strumenti specifici di lavoro: 1) una «consulta territoriale per lo sviluppo economico», che è una sorta di «tavolo di concertazione permanente a composizione variabile» che sarà il «luogo di analisi dei bisogni, di verifica e monitoraggio delle azioni»; 2) una cabina di regia per le aree di crisi, che interloquisca con i ministeri e le parti sociali; 3) una task force regionale per le aziende in crisi; 4) un focus grandi imprese, per il «dialogo continuo e strutturato con le aziende di grandi dimensioni»; 5) infine uno strumento legislativo specifico che possa canalizzare le risorse disponibili «in coerenza con la politica industriale regionale». Ma alla fine chi prenderà le decisioni? Giunta e Consiglio regionale, ovviamente. E sarà a questo livello che si misurerà la tenuta del patto.
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