L'AQUILA. «Tutti all'Aquila, tutti all'Aquila» e il corteo capitolino varca il viale di Portonaccio imboccando l'A/24 direzione capoluogo abruzzese. Non ci andranno davvero, a piedi sarebbe complicato. Torneranno verso il polo universitario, dove tutto è cominciato. Ma la manifestazione contro la riforma Gelmini raccoglie idealmente il segnale che gli aquilani lanciarono il 16 giugno scorso, varcando il casello dell'Aquila Est per gridare un «sos» all'Italia.
PORTONACCIO. Il corteo invade la corsia del tronchetto che da Portonaccio porta verso il raccordo anulare e collega la tangenziale est alla A/24 Roma-L'Aquila. Si cammina a piedi tra le auto bloccate nel traffico esplodendo alcuni petardi. Alcuni automobilisti escono dalle auto sorpresi dalla scena. Al passaggio del corteo sotto una galleria gli studenti urlano lo slogan «Vedi che succede a votare Silvio». Nella galleria compare anche una scritta con lo spray nero: «La prossima volta assaltiamo il cielo», con accanto il simbolo dell'anarchia. Al posto dei caschetti si vedono cappelli da Babbo Natale e pacchi dono.
Tra i manifestanti si contano anche decine di studenti dell'università D'Annunzio di Pescara e Chieti. Sono loro i primi a far partire il coro in favore del capoluogo terremotato. Di fatto, il numero dei partecipanti abruzzesi è inferiore a quello previsto a causa di problemi nell'organizzazione del trasporto in pullman, che hanno costretto i ragazzi a muoversi con mezzi propri. Chi è rimasto a casa promuove una «mail bombing» verso le caselle di posta elettronica dei senatori abruzzesi del Pdl, Andrea Pastore, Paolo Tancredi, Fabrizio Di Stefano e Filippo Piccone. Gli studenti inviano ai quattro politici una lettera, appositamente scritta, in cui si chiede, tra l'altro, di poter discutere pubblicamente della questione studentesca. Circa 4.500 persone sono state invitate a partecipare all'iniziativa, che è stata promossa su Facebook.
IN PREFETTURA. All'Aquila, contemporaneamente, una cinquantina tra universitari, studenti delle scuole superiori, ricercatori e rappresentanti dei movimenti cittadini dà vita a un corteo per dire «no» all'aziendalizzazione della cultura e per consegnare nelle mani del prefetto Giovanna Maria Iurato un documento con le motivazioni contro il Ddl Gelmini. Ancora una volta, le delegazioni manifestano contro la Riforma Gelmini, ma anche per chiedere maggiori risorse rivolte al diritto allo studio, in ragione della situazione critica a seguito del terremoto del 6 aprile 2009.
«Non abbiamo ancora una casa dello studente», commenta Francesco Marola, fra gli organizzatori della protesta, «e l'unica struttura di questo tipo è stata affidata alla Curia, per questo continuiamo la protesta, una mobilitazione che ci ha visto salire sui tetti, violare la zona rossa del centro storico ed entrare dentro la nostra vecchia sede universitaria ormai abbandonata alle intemperie e colma delle macerie simbolo non solo del terremoto ma anche della cultura italiana». Lo studente, portavoce degli ultimi giorni, urla le sue ragioni al megafono, nel percorso che dal polo di Coppito porta a via delle Fiamme Gialle.
Da lì, solo una piccola delegazione viene autorizzata a raggiungere a piedi la caserma per incontrare il prefetto. L'obiettivo, per i manifestanti, è quello di «ribadire la ferma contrarietà alla trasformazione in legge del Ddl 1905 Gelmini. In prima istanza», si legge nel documento a firma degli studenti, «perché riteniamo che colpisca in maniera gravissima il diritto allo studio universitario, mediante la progressiva sostituzione delle borse di studio su base statale con il cosiddetto "prestito d'onore", elargito sulla base di una falsa meritocrazia e svincolato dal reddito e dalla condizione sociale degli studenti».
Nella lettera, gli studenti ribadiscono inoltre la propria contrarietà «al processo che definiamo di "aziendalizzazione dell'università", ovvero il passaggio dei poteri decisionali dal Senato Accademico ad un consiglio di amministrazione, costituito al 40% minimo di esterni privati». Si contesta inoltre la "precarizzazione" della ricerca. «Inoltre», prosegue il documento, «sono del tutto evidenti gli effetti nefasti dei tagli già avviati dalla legge 133 che stanno mettendo in ginocchio, come tutte le università il nostro ateneo aquilano, già segnato dalle drammatiche conseguenze del sisma del 6 aprile 2009». Dal prefetto, gli studenti ottengono l'impegno affinché il documento venga trasmesso al ministero.
Critico il consigliere comunale, Enrico Perilli (Prc), che ha aderito all'inziativa in veste di ricercatore universitario. «La riforma che dicono di voler fare è esattamente il contrario di quello che hanno scritto», incalza, «solo i "baroni" avranno il diritto di eleggere i rettori e saranno gli unici a partecipare alle commissioni concorsuali per non parlare poi del diverso trattamento che gli è stato riservato sugli stipendi rispetto ai ricercatori». Un'università che alza la testa e con uno striscione bianco dice «No all'aziendalizzazione», ricordando che «il futuro dell'ateneo è il futuro della città».