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Pescara, 18/04/2026
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23/12/2010
Il Messaggero
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Da Mara a Stefania, quando le donne si trasformano in grane per il Cavaliere. Berlusconi «Reazione isterica, il momento è delicato»
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ROMA - C'è chi ha già dato un titolo, cinematografico e rubato a Pedro Almodovar, al subbuglio che regna nel Pdl: «Donne sull'orlo di una crisi di nervi». Sono loro, l'Armata Rosa, prima con la Carfagna, ora con la Prestigiacomo, per non dire della temeraria Deborah Bergamini che ha osato addirittura opporsi al potere incontrastato di Denis Verdini in Toscana, a far tremare il Partitone Azzurro. E ad avvertire più di tutti gli altri (la famosa iper-sensibilità femminile) le difficoltà che sta attraversando la destra in questa fase. Proprio loro, che dovrebbero esultare per le parole pronunciate appena due giorni fa da Berlusconi («Mi piacerebbe lasciare il mio posto a un premier donna»), risultano, viceversa, abbacchiate, inquiete, sofferenti, insoddisfatte... E in certi casi, ma non in quelli della Carfagna o della Prestigiacomo, ammaccate dagli avvenimenti in corso. Michela Vittoria Brambilla - altro fiore all'occhiello del «partito più femminista che c'è», parola del Cavaliere - ha attirato l'attenzione della Corte dei Conti, che ha aperto un'inchiesta sulle consulenze elargite dalla ministra salmonata del Turismo. La quale, per di più, è entrata nell'occhio del ciclone per presunti favoritismi nei confronti del fidanzato che è entrato - per meriti suoi o per spintarelle familiari - al vertice dell'Automobil Club di Milano. E ancora, su tutt'altro piano, però: Mariastella Gelmini, la cui riforma dell'istruzione doveva passare senza grandi intoppi visto che sotto sotto anche pezzi dell'opposizione la condividono, è diventata bersaglio delle proteste generazionali. E, come se non bastasse, è stata messa nei guai da un'altra donna - la tostissima leghista Rosi Mauro, vice-presidente del Senato soprannominata La Badante di Bossi, vista la cura con cui lo ha assistito e continua a farlo dopo la malattia del leader del Carroccio - che ha combinato quel bel pasticcio l'altro giorno a Palazzo Madama, mentre si votava appunto la legge Gelmini. Abbacchiate, colpite, sfregiate. Le donne che dovevano diventare il simbolo della nuova politica sono quelle che patiscono le pene procurate dalla vecchia politica. Quelle del potere macho, per esempio: visto che - parole della Prestigiacomo, di qualche anno fa - «il Palazzo è il datore di lavoro più maschilista che esista in Italia». Chissà se è vero. Quel che è certo è che l'insofferenza per il partito d'appartenenza accomuna almeno due di loro. «Non mi riconosco più nel Pdl», dice la Prestigiacomo. Così come la Carfagna aveva detto di non riconoscersi più sia nel partito sia nel governo e addirittura annunciò che avrebbe lasciato il Parlamento. Mara - sospettata anche di simpatizzare per Fini, via Bocchino - dopo aver dichiarato che le interessava il progetto di Forza Sud, quello dell'amicissimo della Prestigiacomo, Miccichè, fece un discorso manipulitista: «In questo partito mi viene impedito di battermi per la legalità». Ce l'aveva con Cosentino, il plenipotenziario di Berlusconi in Campania. Poi però è rientrata nei ranghi azzurri. Ricongiungendosi con quel Cavaliere che «ringrazio infinitamente per la disponibilità nei miei confronti e per la capacità di comprensione dei problemi». «Sì», disse contemporaneamente il premier, col tono del buon padre che accoglie la Figliol Prodiga, «ora con Mara è tutto risolto». Però qualcosa di amaro fra i due dev'essere rimasto, sennò la figlia di Berlusconi, Barbara, ieri non avrebbe affermato: «La Carfagna discriminata? E' passata dai Telegatti al governo, e si fa fatica a cogliere i suoi meriti». Ora bisognerà vedere, comunque, se anche la Prestigiacomo - come assicura Angelino Alfano - rientrerà nel Pdl cha ha appena annunciato di abbandonare. Quel che è certo è che le inquietudini dell'Armata Rosa (testimoniate dallo scontro Mussolini-Carfagna e dal giudizio di Mara su Ale: «Vajassa!») insinuano un dubbio negli osservatori: le donne del Capo non obbediscono più, perchè sentono che il Capo non comanda più? Senza arrivare a domande così brutali, ci si può fermare alla constatazione che, come in amore, anche in politica sono le donne quelle che svelano le cose che non vanno e ne vogliono parlare apertamente, anche a rischio di rovinare un rapporto. Umberto Bossi ha detto una volta: «Berlusconi ha paura soltanto della moglie». Il che sarà pure vero - e va ricordato che proprio Veronica ha scatenato la prima crisi al femminile dentro il mondo berlusconiano - ma è anche vero che la Prestigiacomo più volte ha procurato grattacapi e turbamenti a Berlusconi. Litigarono nel 2005 sulle quote rose, e lei (allora ministra alle Pari Opportunità) pianse e lui la rimproverò: «Stefania, non fare la bambina». Poi, in questa legislatura, la Prestigiacomo (non a caso indicata dal falco Straquadanio come una possibile traditrice) non s'è trovata in sintonia sul caso Englaro. E ha fatto scintille con Tremonti. Il quale, quando lo scorso 5 novembre Stefania definì «cretinate» le sue asserzioni sul taglio dei fondi per l'ambiente, pretese le scuse della collega oppure «mi dimetto». Le scuse arrivano (e lui: «Sono commosso»), ma la Prestigiacomo continua a pensarla così: «Se fosse per Tremonti, il mio ministero non dovrebbe esistere». La femminilizzazione della politica - invocata anche in un libro da Sandro Bondi, proprio lui che in nome di questo valore s'è rivelato tanto generoso in consulenze e stipendi con i familiari della sua attuale fidanzata e deputata del Pdl - sta insomma incontrando ostacoli imprevisti. Ma sta anche creando nuove star: come la Santanchè. Forse perchè, parola di premier, «è quella che ha più palle di tutti».
Berlusconi «Reazione isterica, il momento è delicato»
ROMA - «Una reazione isterica. Faccia quello che vuole». Come accadde con Mara Carfagna, Silvio Berlusconi ieri pomeriggio ha subito delegato Gianni Letta a trattare il caso-Prestigiacomo. Chiuso a palazzo Grazioli "grazie" ad un'agenda fittissima di appuntamenti, il Cavaliere non ha per nulla gradito «l'alzata di testa» del ministro. Sulla scrivania del premier una discreta pila di agenzia stampa che raccontano le lacrime del ministro e la decisione di lasciare il gruppo e il partito. «C'è qualcuno che non comprende, o fa finta di non comprendere, il momento delicato che stiamo attraversando», ha sostenuto ieri sera Berlusconi. Poi non si capisce perché se la prenda con il partito!», si è anche chiesto il Cavaliere che ha parlato un paio di volte al telefono con Fabrizio Cicchitto. Il capogruppo ha dalla sua l'insofferenza di buona parte del gruppo della Camera per l'atteggiamento del ministro che sconta un graduale isolamento nel partito siciliano sempre più controllato dal duo Alfano-Schifani. Al punto che ieri pomeriggio la Prestigiacomo, ancora con le lacrime agli occhi, ha subito chiamato Gianfranco Miccichè (leader di Forza del Sud) che l'ha difesa tirando in ballo il ministro dell'Economia: «Stefania arrogante? E allora che dobbiamo dire noi di Tremonti?». In difesa del ministro è intervenuta anche la collega Carfagna che qualche mese fa aveva denunciato problemi analoghi. «Sono d'accordo con Mara - spiega la Biancofiore - il Pdl va ricalibrato». In effetti il Cavaliere pensa molto più che ad una semplice messa a punto di un partito che non gli piace a cominciare dal nome. «Non voglio più sigle e poi quando sento che lo chiamano "la Pdl" mi viene l'orticaria!». Ieri sera la Prestigiacomo si è trattenuta a lungo con Letta che gli ha combinato una cenetta con Tremonti. La tensione resta alta anche se la questione sembra per il momento ricomporsi. «Comunque vada dobbiamo ammettere che noi donne non ne usciamo benissimo da tutte queste storie», commenta sconsolata l'"azzurrissima" Isabella Bertolini. Se infatti si mettono in fila l'addio della Moroni, l'affondo della Carfagna, le inchieste della Brambilla, le difficoltà della Gelmini a spiegare la riforma universitaria, esce un quadro non del tutto confortante per il premier che avrebbe preferito un fine anno meno "scoppiettante" per una maggioranza e un governo già in forte difficoltà.
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