844 Le assunzioni a chiamata diretta fatte da Atac (anche attraverso Trambus e Met.Ro.) dal 2008 ad oggi. Il grosso è concentrato nella seconda metà del 2009 350.000 Euro è la retribuzione di Maurizio Basile ex capo di gabinetto del Comune, da ottobre 2010 alla guida dell'azienda 75.000 Euro è la retribuzione alla quale sarebbe sceso l'ad dopo il parere della Corte dei Conti, Alessandro Capponi Ernesto Menicucci Un mese fa, il Corriere l'aveva detto chiaramente: i contrasti tra l'azionista - il Campidoglio - e l'amministratore delegato di Atac, Maurizio Basile, erano tali e tanti (piano industriale, gestione, prezzo dei biglietti) che si sarebbe arrivati alla rottura. Alle dimissioni dell'amministratore delegato. Basile, nell'occasione, smentì: «Resto fino al 2013». Invece, ieri, ciò che era prevedibile un mese fa è puntualmente accaduto. E così l'Atac, l'azienda dei trasporti travolta pochi mesi fa dal ciclone Parentopoli e appesantita dal deficit, si trova di nuovo in una situazione difficilissima. Ora, sia chiaro: la versione ufficiale dell'azienda è che l'annuncio delle dimissioni dell'amministratore delegato sono «un atto dovuto dopo quelle del presidente Legnani». La verità è un'altra. Ed è spiegata nella lettera congiunta inviata agli assessori Lamanda e Aurigemma dove si parla apertamente di «divergenze sul piano industriale». Gianni Alemanno si dice «profondamente sorpreso» e guarda già avanti: «Fronteggeremo questa situazione». Il sindaco, a quanto pare, avrebbe già accettato le dimissioni dell'ad. Il centrodestra parla per voce del deputato Francesco Aracri: «I problemi dell'Atac sono l'eredità che la sinistra ha lasciato ai romani». Le opposizioni - tutte, dal Pd all'Idv, dall'Api a Sel ai Verdi - hanno una certezza: «L'Atac va verso la bancarotta. È l'ennesimo fallimento di Alemanno, adesso si dimetta». La scena chiave di questa vicenda si consuma in mattinata. Consiglio d'amministrazione di Atac. Il presidente Legnani, di area rampelliana, arriva e dice che il piano industriale non ha avuto alcun segno formale da parte del Campidoglio, che sono stati sottoscritti accordi sindacali al Comune senza coinvolgere l'Atac e che il Campidoglio ha chiesto alla Corte dei conti un parere sullo stipendio dell'amministratore delegato senza informare i vertici dell'azienda né prima né dopo averlo fatto. Conclude così: «Per questo, mi dimetto». È il secondo a farlo: prima di lui, aveva salutato anche Massimo Tizzon, il presidente del collegio dei sindaci. La motivazione ufficiale è da far risalire ai troppi impegni. Ma, anche qui, si tratta solamente della versione ufficiale. A questo punto, Maurizio Basile in qualche modo «si sente in dovere», fanno trapelare dal suo staff, di annunciare le dimissioni. Di certo, Basile nel cda esprime concetti inequivocabili: «Resterò fino all'approvazione del bilancio (prevista a giugno, ndr) poi andrò via, a meno che non si realizzino alcune condizioni...». Ha le idee chiare Basile: vuole la massima capacità decisionale sul piano industriale, ma soprattutto, a furia di guardare i conti dell'azienda, vuole arrivare ad imporre l'aumento del prezzo del biglietto dell'autobus. Solo che, politicamente, sarebbe, per Alemanno, una pugnalata: perché arriverebbe dopo lo scandalo Parentopoli - le assunzioni di parenti e amici in epoca di gestione Pdl - e già in piena campagna elettorale per il 2013. Ma che questo sia il motivo della «rottura» è evidente anche dallo scontro, dei giorni scorsi, tra due assessori di Alemanno: quello al Bilancio, Lamanda, che considera ragionevole aumentare il prezzo delle corse, opposto a quello alla Mobilità, Aurigemma, completamente contrario. Oggi sono d'accordo: «Profonda sorpresa per la decisione». In questa situazione, l'opposizione attacca. E, soprattutto, chiede «le dimissioni del sindaco». Spiega Raffaele Ranucci, senatore Pd: «È sconfortante che un manager competente e assolutamente non legato alla politica abbia deciso di gettare la spugna. La classe politica che guida la città non ha ancora tolto le mani da un'azienda vitale per la città». Il senatore Idv, Stefano Pedica: «Nessuno ha dimenticato lo scandalo Parentopoli e per questo oltre ai vertici dell'Atac dovrebbe dimettersi anche il sindaco Alemanno». I dubbi del capogruppo Pd Umberto Marroni: «Perché ancora non si è fatto nulla per lo scandalo Parentopoli? Chi decide le linee industriali di Atac? L'assessore al Bilancio o quello alla Mobilità? Ciò che è certo è che non si può far pagare gli scandali e la malagestione ai cittadini...». Per il portavoce romano di Alleanza per l'Italia «la giunta Alemanno è al si salvi chi può. E l'Atac viaggia verso la bancarotta». Per Angelo Bonelli, Verdi, «Alemanno è inadeguato». Gemma Azuni, di Sel: «Queste dimissioni certificano il fallimento di Alemanno». Per Michele Baldi (Movimento per Roma) «due persone perbene che vanno via è il segno del naufragio del sindaco». Luca Gramazio (Pdl) dice di «voler approfondire con gli interessati i motivi delle dimissioni». Al di là delle posizioni politiche, rimane un dato: a oggi, l'Atac - in era Alemanno, prima e dopo la fusione - è stata guidata da quattro ad: Gioacchino Gabbuti, Massimo Tabacchiera, Adalberto Bertucci e Maurizio Basile. Il prossimo, sarà il quinto.