ROMA - «Il Berlusca si deve dare una calmata, così finirà per farci perdere». Umberto Bossi non gradisce l'escalation di Silvio Berlusconi sul fronte giudiziario. Per due ragioni spiegate ai suoi fedelissimi. La prima: la polarizzazione dello scontro impressa dal premier in vista del voto del 15 maggio, una sorta di «o con me o contro di me», rischia di penalizzare la Lega che al Nord da tempo insegue il sorpasso ai danni del Pdl. La seconda ragione: «Alla nostra gente non piace tutto questo casino contro i giudici, vuole cose concrete e vedere i delinquenti finire in galera».
L'irritazione del Senatùr ha avuto come effetto immediato la cancellazione, lunedì, della tradizionale cena ad Arcore. Più un poderoso fuoco di fila contro Roberto Lassini, il consigliere comunale del Pdl autore dei manifesti pm-uguale Br. «Ha fatto una cazzata, si ritiri», ha intimato lunedì l'europarlamentare e capolista della Lega a Milano, Matteo Salvini. Poi Bossi ieri ha mandato il suo capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni, davanti ai taccuini dei cronisti per benedire la bacchettata di Giorgio Napolitano: «Il monito del Presidente sulla vicenda dei manifesti a Milano è giusto, i toni vanno abbassati». E per prendere ufficialmente le distanze dalla campagna anti-toghe di Berlusconi e dai provvedimenti pro-premier che rischiano di far uscire di prigione «troppi criminali»: «Non ci piace il livello dello scontro raggiunto», ha aggiunto Reguzzoni, «a noi interessa risolvere i problemi veri della giustizia che interessa alla gente ed evitare che torni in libertà gente come Ruggero Jucker, assassino della sua fidanzata, usufruendo degli sconti di pena dovuti al rito abbreviato».
Ma non c'è solo la giustizia. Dopo aver subìto come un colpo di mano la ricandidatura di Letizia Moratti a Milano, Bossi sostiene con freddezza il sindaco uscente e guarda con sospetto alla sovraesposizione del capolista-Berlusconi. La prova arriva sempre da Salvini: «La Lega nelle prossime settimane parlerà dei problemi della città, non di magistrati o intercettazioni. E la Moratti vada nei mercati, giri per le strade, incontri la gente...».
Milano, sul quale Berlusconi ha legato ufficialmente le sorti del governo («sarà un test politico nazionale», ha detto domenica), è anche la piazzaforte per la quale in caso di debacle potrebbe saltare l'accordo con la Lega. Lo fa capire Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega lombarda e presidente della commissione Bilancio della Camera: «Ricordo quando D'Alema nell'aprile del 2000 disse che si sarebbe dimesso se non avesse vinto le elezioni regionali. Beh, Berlusconi rischia di fare la stessa fine. Persa Milano si può perdere anche Roma».
Parole pesanti, quelle di Giorgetti. Parole cui seguono altre considerazioni: «Il troppo è troppo, attaccando tutti i giorni i magistrati e polarizzando lo scontro su di sé, Berlusconi ci fa perdere voti. Si terrà pure stretto i suoi fan, ma perde il voto d'opinione e quello degli indecisi. La gente comune vuole sentire parlare dei problemi di tutti i giorni, non dei processi milanesi». Giorgetti quando sente fare il nome di Maroni quale possibile successore di Berlusconi alla guida di un nuovo governo Pdl-Lega, sbotta: «Stupidaggini». Ma Giorgetti è un maroniano di ferro. Sa bene che fare ora il nome del suo amico vorrebbe dire bruciarlo.