Berlusconi aveva fortissimamente voluto che la scadenza elettorale di maggio non s'accoppiasse ai referendum abrogativi su acqua privatizzata, legittimo impedimento ed energia atomica. L'obiettivo era impedire che, ad urne unificate, si raggiungessero i quorum, così da rendere inutili le facilmente prevedibili vittorie dei sì.
La strategia era semplice: in questi mesi riflettori accesi sulle amministrative a Bologna, Napoli e Torino, addirittura un tripudio di luci su Milano, città-simbolo dello scontro finale tra governo e magistratura; luci spente, invece, sui quattro quesiti sottoposti al giudizio popolare quindici giorni dopo i ballottaggi del 29 e 30 maggio. L'ultimo week-end di primavera avrebbe dato il tocco finale, con la riedizione dell'infelice"andatevene al mare!" di Craxi agli italiani il giorno del referendum sulla preferenza unica, nel 1992. Semplice ed efficace: avrebbe funzionato.
Ma poi è esplosa Fukushima, la paura di un ritorno al nucleare in Italia ha scombinato i piani del premier, s'è fatto reale il rischio che il 12 e il 13 giugno i troppi votanti bloccassero la costruzione di nuove centrali e, peggio ancora, dicessero la propria sul tentativo di sottrarre sistematicamente il premier ai suoi giudici (il legittimo impedimento peraltro già depotenziato dalla Corte costituzionale). Si profilava un disastro mediatico, che è quanto Berlusconi teme di più. Così, dopo un iniziale sbandamento (nessuno aveva avvertito il ministro allo Sviluppo economico, Paolo Romani, del dietrofront), il governo ha imboccato la strada che ieri l'ha portato ad annunciare che"al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche sui profili relativi alla sicurezza nucleare, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione". Addio referendum, a meno di sorprese.
Di fatto Berlusconi non ha mai creduto al ritorno al nucleare, troppo impopolare ed economicamente insostenibile. Analogamente, non farà mai il ponte sullo Stretto, che la Lega non vuole, né metterà mano a riforme strutturali dello Stato, giustizia esclusa. Rinunciare all'energia atomica non è stato un gran sacrificio, per lui. Che ora pensa di dedicarsi a tempo pieno alle due attività che sa fare meglio: condurre una campagna elettorale vincente, fermare i giudici che vogliono processarlo. Utilizzando al meglio possibile le sinergie. Tra meno di un mese 18 milioni di italiani andranno alle urne per rinnovare i consigli comunali di Milano, Torino, Bologna, Napoli, Cagliari, Ancona e Trieste e di città geopoliticamente rilevanti come Salerno, Pordenone, Reggio Calabria, Grosseto. Tra le principali province al voto, Mantova, Pavia, Lucca, Treviso e Gorizia. Nel capoluogo lombardo Berlusconi è capolista e i suoi comizi più seguiti saranno quelli all'uscita da Palazzo di Giustizia, ogni lunedì. Se all'inizio dell'estate avrà mantenuto il controllo della sua città, mandato deserte le urne referendarie e avvistato la fine prematura del processo Mills, affronterà a cuor leggero i restanti due anni della legislatura.
A quanti non piace la sceneggiatura scritta e rivista dal presidente del Consiglio non resta che mobilitarsi. Nelle città dove si vota, certo, ma soprattutto per non lasciare che falliscano i referendum, tre o quattro che siano. Visto che solo il 7 per cento degli italiani conosce i quesiti referendari, è evidente che il black-out è stato pressoché totale su Rai e Mediaset e, purtroppo, sulla grande stampa indipendente.
Allora, forse, è la volta di provarci davvero: cittadini e comitati puntino sull'effetto moltiplicatore dei messaggi sulle reti sociali digitali come Facebook e Twitter, motori del cambiamento in paesi che siamo abituati a guardare dall'alto in basso, come quelli del Maghreb e del Medio Oriente. Abbiamo da imparare da tutti.