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Pescara, 14/04/2026
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27/04/2011
Il Messaggero
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Libia, via libera di Napolitano ma la Lega attacca il premier.
Bossi: siamo una colonia francese, conseguenze gravissime
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ROMA - Giorgio Napolitano approva la decisione del governo di partecipare ai bombardamenti Nato in Libia. «L'ulteriore impegno dell'Italia - ha detto il Capo dello Stato - costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta a marzo». Ma il problema di Berlusconi è che non l'approva Umberto Bossi. Ieri il leader della Lega ha persino rafforzato il dissenso espresso il giorno prima da Roberto Calderoli: «Non sono d'accordo sui bombardamenti in Libia. Le guerre non si fanno e comunque non si annunciano così. Ora, dopo le dichiarazioni di Berlusconi, Gheddafi ci riempirà di clandestini». E l'attacco al Cavaliere è proseguito ancora: «Siamo diventati una colonia francese e l'intervento ci costerà 700 milioni di euro. Non è dicendo sempre di sì che acquista peso internazionale». Stando alle parole sembra una frattura incomponibile, benché il premier a fine mattinata avesse assicurato che «con Bossi è tutto a posto». Ma la Lega non è nuova a giravolte imprevedibili e a uno scarto tra la propaganda e i comportamenti parlamentari. Dopo le dichiarazioni di Bossi le opposizioni, a partire dal Pd, chiedono ora che il confronto si sposti in Parlamento. Pier Ferdinando Casini scommette che la Lega sta facendo «solo ammuina» per fini elettorali. Antonio Di Pietro ha già presentato una mozione per «verificare» se esiste ancora la maggioranza di governo. Dario Franceschini ha fatto capire di avere la sua mozione pronta, ma il Pd chiederà il voto in aula solo dopo aver misurato oggi, nelle commissioni congiunte Esteri e Difesa di Senato e Camera, la coerenza della Lega con le parole di Bossi. In ogni caso, per il capogruppo democratico, «non è più sufficiente la comunicazione dei ministri nelle commissioni». Ma insisterà per il voto in aula solo se la frattura verrà confermata: in caso contrario, rischierebbe di diventare un boomerang per le opposizioni. Comunque la tensione nel Pdl ieri sera è molto alta. Una smentita della politica estera di Berlusconi aprirebbe inevitabilmente scenari di crisi. Per questo, per tutta la giornata, ogni sforzo è stato profuso per scongiurare un nuovo voto in Parlamento. Il Cavaliere ha insistito pubblicamente sul fatto che non c'è alcuna svolta strategica in questa fase due della missione in Libia: è soltanto «il seguito logico della decisione Onu». Lo stesso Capo dello Stato è intervenuto a sostegno di questa tesi: la legittimità dell'ulteriore impegno militare italiano è assicurata dalla risoluzione 1973, dalla decisione del «Consiglio supremo della difesa» e poi dall'«ampio consenso» espresso nel voto del Parlamento italiano. Una posizione, che prima della sortita del Senatùr, sembrava ieri aver blindato il governo. L'idea di Berlusconi era di limitare l'intervento parlamentare del governo a una «informativa» dei ministri Franco Frattini e Ignazio La Russa (che oggi alle 14 si presenteranno davanti alle commissioni congiunte). Anche Pier Luigi Bersani, dopo il pronunciamento di Napolitano (che ha legato l'impegno italiano in Libia ai valori del 25 aprile e ha sottolineato come «non potevamo rimanere indifferenti alla sanguinaria reazione del colonnello Gheddafi»), aveva riconosciuto che «la risoluzione votata è già capiente». Lo strappo di Bossi, però, ha cambiato il quadro. Non è un problema di legittimità della decisione del governo (nell'opposizione solo l'Idv, dopo aver votato con Pd e Udc, è ora schierata su una posizione anti-interventista e ieri Di Pietro ha anche contestato le parole di Napolitano). La questione è diventata a questo punto la sorte stessa del governo: «È indispensabile che Berlusconi venga in Parlamento - ha detto Bersani - a verificare se ha o meno uma maggioranza in politica estera».
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