ROMA - Sono le parole di Roberto Maroni, dopo un colloquio con Umberto Bossi, ad agitare le acque della maggioranza sui raid in Libia. La posizione di Silvio Berlusconi è sbagliata, ha detto il ministro dell'Interno, «è inevitabile» un passaggio parlamentare. Con questa mossa ha pure corretto due ministri, Franco Frattini e Ignazio La Russa, i quali, durante un'audizione in commissione alla Camera nel pomeriggio avevano insistito sul fatto che l'impegno italiano rientra negli standard della risoluzione dell'Onu 1973, così come indicato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Proprio al capo dello Stato guarda il Carroccio: Umberto Bossi, che ieri ha riunito i fedelissimi nella sede di via Bellerio a Milano, ha telefonato al Quirinale, come informa la Padania. La tensione è andata via via salendo finché in serata i capigruppo di Pdl e Lega, Fabrizio Cicchitto e Marco Reguzzoni, si sono incontrati per cercare di preparare una mozione o un documento comune che disinneschi una potenziale esplosione parlamentare. Ma è stato poi in tarda serata lo stesso Berlusconi a buttare acqua sul fuoco lasciando una cena di compleanno di una deputata del Pdl: «Un voto parlamentare sulla Libia non ci fa assolutamente paura», ha detto il premier. Pronto a incontrare «presto» il leader della Lega.
Che il no ai bombardamenti sia una mossa del Carroccio per sollevare polveroni elettorali, come dicono a Palazzo Chigi, non è da escludere. Ma nessuno può sentirsi tranquillo con queste scintille che inevitabilmente lasceranno conseguenze nella coalizione. Neppure le rassicurazioni di Berlusconi che, parlando con i suoi, ha detto che «quando si è al governo si è costretti a prendere decisioni difficili, a volte impopolari», son bastate a riportare la tranquillità. Tanto più che lo stesso premier si è mostrato irritato di fronte «ai tanti distinguo» leghisti: anche perché, ormai, la linea sulla Libia è tracciata, ha detto, e non si può cambiare. Le dichiarazioni di Reguzzoni, nel corso del dibattito seguito alle audizioni di La Russa e Frattini, sembravano destinate a riportare calma e tranquillità: «Intendiamo utilizzare tutto il nostro peso politico, ma la discussione resta nel governo e nella maggioranza. Si metta il cuore in pace chi fa paragoni con il governo Prodi». A stretto giro, le parole di Maroni da Milano hanno chiarito che da parte lùmbard non c'era proprio nessun ammorbidimento. Per arrivare fino alla sparata serale di Mario Borghezio il quale ha sostenuto che al posto del «primo Cavaliere ora c'è un imitatore modesto», ci vorrebbe Benito Mussolini «che pur commettendo errori, resta un grande Padano».
Se si sommano queste parole a quelle di Umberto Bossi sulla Padania di ieri («l'Italia è diventata una colonia francese») si può ben comprendere l'esplosione dell'ira leghista, riassumibile, secondo un dirigente, in questo quadro: Berlusconi è riuscito, con il vertice italo-francese, a rientrare nel gruppo di contatto per la Libia insieme a Francia e Gran Bretagna, ha ottenuto l'investitura di Mario Draghi alla Bce, si è accordato su Schengen, ha dato il via libera alla cessione di Parmalat a Lactalis contro cui Tremonti aveva studiato un decreto anti-scalate. Tutto questo facendolo scontare alla Lega.
Di certo, il Consiglio dei ministri di domani salta, questa settimana non si terrà, anche per evitare che si concretizzi la minaccia di Roberto Calderoli di affrontare in Consiglio la questione dei bombardamenti in Libia. Secondo Maroni la decisione sulla guerra è stata presa dal «governo, non è una decisione politica del Pdl». Ammonendo: «Il governo è in pericolo se non fa quello che deve fare, se fa cose contrarie al sentire comune e alle nostre valutazioni». Precisando, se mai non si fosse capito: «Noi siamo contro le bombe». La naturale conseguenza è che un muro si è alzato tra Pdl e Lega.
C'è la preoccupazione di nuove ondate migratorie nelle parole di Maroni. Ma nel Pdl sia Osvaldo Napoli che Maurizio Lupi invitano a non demordere: Bossi saprà fare la sintesi, chiosano ottimisti, la maggioranza non è a rischio.