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Pescara, 14/04/2026
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Data: 30/04/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Torna l'orgoglio padano e la base grida: Silvio a casa

MILANO - Il popolo leghista non si pone domande, il popolo leghista si adegua. Se Bossi vuole la guerra con Berlusconi, allora fa la guerra; se Bossi invece vuole la pace, che pace sia. Va bene tutto, purché sia il capo a deciderlo. Del resto è così da quando la storia del partito nordista è cominciata, e anche nei momenti di crisi più nera è stato così. Però, in questi giorni di asprezze e di tensioni col premier, nella militanza e nella base più calda del leghismo c'è qualcosa che va oltre la semplice disponibilità ad adeguarsi e a obbedire. C'è come un orgoglio ritrovato, una fierezza che pareva dimenticata. «Perché finalmente, dopo tanto tempo, l'Umberto gliene ha dette quattro al Berlusca!».
Sotto i tendoni piantati dai giovani padani nel bel mezzo del Parco Sempione, l'orgoglio leghista si tocca con mano. Bossi sta per arrivare per il comizio del dopocena e, a differenza di quello che succedeva fino a una settimana fa, non si aspetta il Ministro che spiega le mosse del governo, o il capo-partito che illustra le strategie per il futuro. Si aspetta il combattente, quello che sfida i potenti, li sbeffeggia, li affronta a petto in fuori: «Ed era tanto, troppo tempo che Bossi non si mostrava così» dicono un po' tutti. Paolo Bassi, giovane e aristocratico milanese che si candida per il Consiglio Comunale assicura che nei suoi giri per mercati e per sezioni da quando è esplosa la grana libica ha cominciato a delinearsi un sentimento comune: «La soddisfazione nel vedere Bossi che torna a far sentire forte la voce della Lega dentro il governo».
E allora poco importa se poi con il Cavaliere finirà a tarallucci e vino (come pochi auspicano, ma molti pronosticano), o se invece si arriverà alla rottura come invoca un giovanotto dalla platea proprio mentre Bossi è sul palco a parlare: «Bisogna mandare a casa Berlusconi!» Il capo lo guarda, e lo fulmina: «Va pian». E tutti applaudono, non perché siano affezionati al Cavaliere ma perché «finalmente si è capito che non siamo disposti a chinare il capo per sempre, e questo conta più di tutto. Perché va bene che dobbiamo portare a casa il federalismo, ma non è che possiamo dire sempre sì a ogni porcata».
Non c'è militanza disposta ad accettare le imposizioni della ragion di stato più di quella leghista. Non a caso, da molti anni, i leghisti accettano supinamente un'alleanza (quella con Forza Italia prima, e col Pdl poi) che ha fatto ingoiare bocconi indigesti, specie su argomenti come la giustizia, le leggi ad personam, la suddivisione dei soldi fra Nord e Sud. Però, per sopravvivere, la militanza ha periodicamente bisogno di sapere che il suo capo è rimasto il combattente di sempre, il «rivoluzionario» di sempre, il leader disposto a rovesciare il tavolo in qualsiasi momento, pronto alle minacce più truculente, ai gesti più clamorosi. E questa storia della Libia, in fondo, è proprio questo: «Indipendentemente da come andrà a finire».
Bossi lo sa così bene che, anche nella sera in cui fa intendere di avere in mente una soluzione che possa salvare sia l'alleanza di governo che la faccia del Carroccio, recita con vigore la parte dell'uomo disposto ad arrivare fino alle estreme conseguenze. Pronto a dare battaglia per «non farci scippare la Parmalat dai francesi», pronto a stracciarsi le vesti «per difendere gli allevatori delle quote latte». Pronto anche a incalzare Letizia Moratti - guest star della serata in veste di candidato sindaco del centrodestra - sulle cose che a Milano funzionano poco e su quelle che non funzionano affatto, costringendola a cercare consenso in modo ardimentoso: «Umberto, dammi una mano a portare a Milano il centro di produzione Rai, so che con te ce la possiamo fare». Dimenticando che qualche anno fa, in una dispendiosa cerimonia in piazza Duomo, proprio la Moratti e Bossi avevano già festeggiato l'annunciato (e mai concretizzato) trasferimento in Lombardia dell'intera struttura di Raidue.
Ma il popolo leghista ha la memoria corta, e non gli interessa sapere delle promesse mancate o delle giravolte effettuate. È perfino già disposto a dimenticare, fra qualche giorno, i tetragoni no ai bombardamenti su Tripoli se quei bombardamenti serviranno a Bossi per i suoi mercanteggiamenti col Cavaliere. E' già sufficiente che il capo abbia mostrato i muscoli. Come non faceva da tempo, da troppo tempo.

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