Maroni: apertura positiva. Le opposizioni: basta giochetti
ROMA - Da una parte la Lega, contraria - per autentica convinzione e per opportunismo elettorale - ad un'escalation dell'impegno militare italiano in Libia, dall'altra la volontà, degli stessi Lùmbard e naturalmente del Pdl, di evitare una crisi di governo. Tra queste due polarità si è imbastita ieri una fitta trattativa tra i due partiti di maggioranza, il cui principale risultato è lo stringato comunicato della presidenza del Consiglio in cui si definisce la mozione, basata su sei punti, che il Carroccio si accinge a presentare martedì in Parlamento, «un costruttivo e pragmatico contributo alla soluzione del dibattito in corso sulla vicenda libica».
La Lega, poi, nella persona del ministro Roberto Calderoli, si è resa protagonista di una sortita fuori delle mura della cittadella del centrodestra, invitando le forze di opposizione a votare il documento del Carroccio. Sortita respinta senza esitazioni dal Pd come uno dei «soliti giochetti della Lega».
In ogni caso, dopo gli strappi e le plateali prese di distanza di Umberto Bossi dalla scelta del governo di partecipare ai bombardamenti dai cieli della Libia, Calderoli ha voluto sottolineare ieri che i rapporti nella maggioranza «si stanno avviando a soluzione». Magari non sarà uno dei consueti incontri conviviali del lunedì a sancire la pace tra il Senatùr e il Cavaliere, dal momento che da ambienti vicini al premier si è fatto sapere che non ci saranno incontri tra i due «prima di martedì», la giornata cioè in cui dovrebbe essere definita una «mozione condivisa» di tutta la maggioranza sulla crisi libica. E' quindi sul lavorio diplomatico in corso che la maggioranza fonda la previsione che la pace interna possa essere siglata con un voto unitario in Parlamento. E nella serata di ieri - dopo la soddisfazione espressa dal ministro dell'Interno Maroni per «l'apertura positiva da apprezzare per lavorarci sopra» venuta da Berlusconi - Calderoli sentiva di poter affermare che «la maggioranza non è mai stata posta in dubbio. La Libia non è nel programma di governo e noi siamo vincolati al programma di governo». Nella tarda serata, lo stesso Calderoli, concludendo a Milano la festa del Carroccio, affermava che, per la Lega, quella di stare al governo «non è una scelta ma un obbligo, perché non so cosa altrimenti potrebbe succedere al Paese». Il ministro della Semplificazione osservava anche - a spiegazione delle impennate della Lega e del suo leader Umberto Bossi - che «c'è il risentimento e l'irritazione del momento per non essere stati, non dico coinvolti, ma neppure informati sui bombardamenti, tuttavia - sottolineava - quando c'è di mezzo un fatto importante come un'azione bellica, bisogna mettere da parte la forma e guardare alla sostanza. E quindi convincere prima possibile i nostri alleati, in primis il presidente del Consiglio, che possono derivare solo conseguenze negative per il nostro Paese». E per questo che Calderoli attribuisce alle ultime dichiarazioni di Gheddafi sulla «guerra all'Italia» il rischio di «ripercussioni pesanti»: «Era quello che temevamo quando è stato dato il via alle azioni ostili nei confronti della Libia e la dimostrazione è che, non a caso, dopo i primi due giorni di nostre azioni militari, sono ripresi gli arrivi sulle nostre coste». E nello show del ministro ce n'era anche per il Colonnello: «Io sono stato l'unico a non inchinarsi a Gheddafi», ha detto Calderoli ricordando la vicenda della maglietta con le vignette anti-islamiche e la conseguente accusa di «assassino» lanciatagli da Gheddafi dopo i disordini di Bengasi. «Da lui pretendo le scuse per quell'insulto», tuonava ieri notte, scagliandosi anche contro il «bombardiere» Sarkozy: «Mi sono sempre piaciuti, ma d'ora in poi non mangerò più formaggi francesi».
Valutazioni divergenti permangono ancora nella maggioranza, ma l'opinione prevalente al suo interno - dopo che anche Berlusconi, secondo più di una indiscrezione, si è detto «ottimista» sulla possibilità di arrivare a una «mozione condivisa» con il Carroccio - è che i sei punti proposti dalla Lega «siano una buona base di discussione per condurre ragionevolmente a quell'accordo che senz'altro avremo nei prossimi giorni in Parlamento». Queste le parole del ministro del Lavoro, Sacconi, che fanno il paio con quelle dei suoi colleghi della Difesa, La Russa, e delle Infrastrutture, Matteoli. Anche Gaetano Quagliariello osserva che i rapporti con la Lega «in questi anni si sono sempre basati sulla discussione franca e pacata. Ci sono sfumature e problemi che vanno chiariti, ma credo - afferma il vicecapogruppo del Pdl al Senato - che la mozione della Lega sia un passo nella giusta direzione».
Minor fortuna hanno avuto le avances di Calderoli nei confronti delle opposizioni, a cui il ministro leghista ha rivolto «un appello» a votare la mozione del Carroccio: «La più equilibrata e completa, che parla di pace, di fine dei bombardamenti, di diplomazia». Secca e immediata la replica del capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini: «Non ci faremo coinvolgere nei soliti giochetti della Lega che dice una cosa per poi farne un'altra». Altrettanto «non interessata» all'offerta si dichiara la presidente del Pd, Rosy Bindi, che rilancia: «Sia la Lega a votare la nostra mozione. Anche se capisco che il Carroccio deve conciliare l'inconciliabile, non può chiedere a noi di andare in soccorso della maggioranza in rottura». Ancora più dura la reazione del segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, che parla di «spettacolo indecente, nel quale è difficile stabilire chi tra Bossi e Berlusconi sia il maggior responsabile». Per l'esponente centrista, infatti, «la partita delle mozioni all'interno della maggioranza è già terminata e solo certi sprovveduti dell'opposizione vagheggiano epiloghi diversi. La Lega ha ottenuto qualche sottosegretario in più nel prossimo rimpasto di governo e i sacri principi evocati in queste ore si sono già dileguati». Anche Francesco Rutelli si dice, a nome dell'Alleanza per l'Italia, «pronto a convergenze nell'interesse nazionale, ma - precisa - senza i pasticci della Lega, e uscendo dallo zig zag tenuto da Berlusconi». Un atteggiamento, quello del governo sulla Libia, che - secondo il leader dell'Api - «ha portato a un crollo di credibilità internazionale, a una gestione disastrosa dei flussi migratori e a giri di valzer degni di un'Italietta che avremmo voluto dimenticare».