Niente faccia a faccia tra gli alleati, oggi l'esame in Parlamento
MILANO - Berlusconi vuole trovare in fretta un accordo con la Lega sulla questione libica per poter dire che «il governo è solido e non ha incrinature»; Bossi gioca a fare il temporeggiatore visto che tenere sulla corda il premier gli restituisce l'immagine - assai redditizia in campagna elettorale - di leader vigoroso e autonomo. Malgrado le apparenti rigidità di Bossi, tuttavia, i due capi del centrodestra sono in marcia di avvicinamento anche se entrambi hanno il problema di non fare la figura di chi, alla fine, nel braccio di ferro sui bombardamenti a Gheddafi ha calato troppo le braghe.
Oggi si dovrebbe capire se il Cavaliere e il Senatùr (o le loro diplomazie) sono in grado di trovare una soluzione per accantonare le frizioni degli ultimi giorni. Domani la mozione presentata dalla Lega Nord per ridimensionare l'interventismo italiano in Libia andrà ai voti, e prima di quel momento hanno tutti e due la necessità e l'urgenza di raggiungere un'intesa o per lo meno di stipulare una tregua. Né il partito padano né, soprattutto, quello berlusconiano si possono permettere di andare al voto con il governo in frantumi sulla politica estera.
Ieri il Cavaliere ha adottato la strategia della lusinga. Era a Milano per l'udienza preliminare del processo Mediatrade in cui è imputato, ma prima di entrare in tribunale si è sperticato in elogi della Lega «componente essenziale della coalizione» provando a mettere in piazza la disponibilità del Pdl ad assecondare i desideri del Carroccio: «Io non vedo difficoltà per il governo: il senso della mozione leghista è senz'altro da condividere. Potremmo approvarla così com'è, o con qualche modifica». Nel merito delle modifiche possibili, però, non è voluto entrare.
Bossi, più beffardo, prima di chiudersi nella sede di via Bellerio con i propri colonnelli, ha fatto un giretto a Gallarate dove la Lega si presenta da sola alle Comunali. E fra una passeggiata per il paese e una sosta al bar ha simulato fermezza: «Silvio non è scemo, non vota per far cadere il governo» ha sibilato come a far credere che alla fine sarà il premier a cedere su tutta la linea. In realtà - come fa notare un leghista infastidito dalla situazione venutasi a creare - il primo a cedere è stato proprio Bossi quando ha stilato una mozione molto addolcita rispetto al «no assoluto ai bombardamenti» che aveva aperto le ostilità col Cavaliere.
Qualcuno, smanioso di enfatizzare l'avvenuto riavvicinamento, aveva annunciato per ieri un incontro fra il capo del governo e il capo del Carroccio. L'incontro per quanto se ne sa non c'è stato. Anzi, ufficialmente i due partiti hanno in agenda soltanto un vertice previsto per stamattina fra i rispettivi capigruppo di Camera e Senato con l'aggiunta di un paio di ministri per parte. La prospettiva, stando ai berluscones reduci da un vertice coordinato da Gianni Letta, è «di arrivare a un testo condiviso» che non consenta alle opposizioni di ripetere quel che vanno dicendo da giorni, e cioè che alla fine la Lega dopo tanto sbraitare tornerà docilmente dell'ovile berlusconiano. Proprio per questo gli uomini del Carroccio rifiutano di mettere mano a una mozione ex novo. Quello che bramano è un voto positivo del Pdl sulla propria mozione (per quanto modificata) in modo da poter cantare vittoria.
All'incontro potrebbe partecipare pure Bobo Maroni, il quale fra tutti i colonnelli di Bossi continua a essere il meno disponibile a una soluzione a tarallucci e vino. Non a caso anche ieri il ministro dell'Interno ha ribadito che i bombardamenti sulla Libia dal suo punto di vista hanno esclusivamente effetti negativi: «Dopo la prima azione dei nostri aerei sono arrivati sulle nostre coste 3500 profughi dalla Libia. Nei dieci giorni precedenti non ne era arrivato nessuno».