C'è la storia di Rosa, che rievoca il giorno in cui ha perso il lavoro, il 27 settembre 2010. «Io ed altri 65, dopo mesi di manifestazioni. Mi sembra incredibile che non farò più il lavoro che ho fatto per dieci anni». La sua, ex precaria della Provincia, è la prima delle 17 testimonianze che alzano i veli sulla precarietà nel volume "La vita non aspetta, storie di precari abruzzesi", edito dall'associazione Articolo 3 di Antonella Allegrino. Ieri la presentazione, con la lettura di esperienze diverse ma uguali: vite precarie, sul lavoro e in famiglia, nella costruzione del futuro. Insieme a quello di Rosa ci sono anche i racconti di Antonella, 46 anni, sposata, un figlio di 14 anni. Anche lei fuori dalla stabilizzazione, come Giovanni, o Maria Ludovica e Christian. E poi ci sono le storie di trentenni delusi, che dopo la laurea hanno imboccato la strada dei call center, come Roberta, per sopravvivere a una vita in bilico "tra la bolletta e l'affitto"; o come Silvia, che ha conosciuto il lavoro nella forma dei tirocini.
Ed altre. «Leggendo le storie ci si rende conto di come la condizione del precario sia eticamente e umanamente pesante da vivere», dice la Allegrino, promotrice del volume i cui proventi finanzieranno una tesi sul precariato. Una spina che ha ricadute pesanti anche sull'economia e la società, come evidenziano i contributi degli attori economici e sociali in appendice. «La precarietà genera insicurezza, ritarda i progetti di vita - ha detto l'economista Pino Mauro -, abbassando la natalità: l'Abruzzo ha il più alto tasso di invecchiamento; il ritardo tra diploma o laurea e l'ingresso nel lavoro rischia di far smarrire competenze; siamo in cima per trasferimento di laureati nel centro nord, quindi ci sarà un impoverimento negli anni a venire». «Occorre fare controlli sulle imprese che usano in modo distorto la flessibilità - dice Luigi Di Giosaffatte, Confindustria -; in alcuni casi, come gdo o benzinai, per anni usano i tirocini. Con il regolamento della Provincia sui tirocini e nella nella filiera del polo dell'alta moda abbiamo dato segnali importanti». «La precarietà crea disagio, sul lavoro e nel privato, oggi e domani con l'incertezza della pensione - avverte Paolo Castellucci, Cgil -: occorre intervenire, riducendo le forme di accesso al lavoro. La classe dirigente non stia a guardare, con la responsabilità di consegnare a questa generazione condizioni peggiori delle precedenti». «Siamo un po' cannibali verso i nostri figli», dice anche Geremia Mancini, Ugl. «Abbiamo un lavoro molto difficile da fare, sia sul versante contrattuale che normativo - aggiunge Umberto Coccia, Cisl -: non possiamo permetterci di negare il futuro a un'intera generazione».