ROMA - Il professor Rosario Salamone, vulcanico preside del liceo classico Ennio Quirino Visconti situato nel cuore di Roma, ha una notevole esperienza anche sul fronte dei trasporti capitolini: «Prendo i mezzi pubblici da 54 anni, da quando facevo la terza elementare».
Le è mai capitato di viaggiare su un autobus con l'autista impegnato al telefonino?
«Sì, ma il conducente lo faceva in modo sobrio, auricolare alle orecchie e mani sullo sterzo».
Cosa pensa dei due autisti colti in fallo, uno alla guida con i gomiti perché aveva entrambe le mani occupate da cellulari, e l'altro con una mano sola perché intanto inviava messaggini?
«Si è ribaltato il rapporto dell'uomo con gli strumenti del suo lavoro e questo vale anche sui mezzi pubblici malgrado la presenza di cartelli che ammoniscono di «non parlare al conducente» proprio per la delicatezza e la responsabilità di questo servizio. L'autista conduce un mezzo con tantissime persone, molte delle quali sono in condizioni di precarietà perché viaggiano in piedi e spesso hanno anche un'età avanzata».
Perché si è ribaltato questo rapporto?
«C'è il dominio assoluto delle tecnologie elettroniche. E c'è questa sconsiderata caduta del diaframma che esiste tra l'uomo e gli altri. Devi essere sempre disponibile al contatto con gli altri, sempre reperibile, un cellulare spento è oggetto di riprovazione».
Conformismo?
«Piuttosto, alienazione della condizione umana, incapace di separare la sacralità del lavoro, che richiede attenzione e responsabilità, dalla vita personale. È una corsa ossessiva all'esserci a tutti i costi, nella vita ordinaria. Ma questo modo di esserci è banale e sacrilego».
Succede anche a scuola che i ragazzi di nascosto utilizzino i cellulari. O no?
«A scuola li sequestriamo spesso ai ragazzi. Usano i telefonini come orologi, per chattare e sono così rapidi e abili che si scambiano messaggi senza neanche guardare i tasti. E poi tentano di collegarsi ai siti per trovare le versioni di latino e greco: in fondo bastano poche parole chiave per la ricerca. Tutto questo è un'escalation di stupidità».
Nel caso degli autisti c'è anche un senso di irresponsabilità?
«Sì, e di mancanza di consapevolezza. Tra l'altro c'è un apparentamento tra chi compie queste cose con destrezza circense (parlare, digitare e guidare contemporaneamente) e chi li filma mentre fa tutto questo. Tutto è pubblico, tutto sembra avere un senso solo se poi è messo in rete, c'è un'esaltazione del senso della visione».
Di fronte a questi comportamenti ci si può permettere di chiudere un occhio o vanno severamente puniti?
«Vanno puniti perché sono irresponsabili. Peraltro, Roma è città dal traffico molto caotico, i pericoli sono maggiori che altrove. Bisogna ricordare che le regole sono il sale della democrazia: va rispettata la tutela di chi prende un mezzo pubblico confidando nella serietà di chi lo conduce».
Rimpiange i tranvieri di una volta?
«Certamente non toglievano mai le mani dal doppio comando. C'era meno traffico e non c'erano i telefonini: un'assenza che rendeva la vita più umana e ordinata».