MILANO - Mentre Letizia Moratti e Giuliano Pisapia sparano gli ultimi colpi di una campagna elettorale al calor bianco, i giovani padani candidati al Consiglio comunale già fanno i conti in tasca alle urne. Vittoria sicura del centrodestra - dicono - e almeno due assessori al Carroccio con tanto di nomi pronti all'uso: il nobile Paolo Guido Bassi e il ruvido Massimiliano Bastoni. «E magari Matteo Salvini a fare il vicesindaco». Insomma, i leghisti non hanno dubbi su come finirà: «Con la Lega si vince, e a Milano la Lega c'è». Lo dice anche Umberto Bossi che sale sul palco, inizia a parlare, e interrompe i conteggi degli assessori in pectore.
Bossi fa un comizio di pochi minuti e quasi dimentica di citare le elezioni milanesi, come se fossero una pratica già archiviata. Preferisce dedicare il tempo a lusingare Napolitano («ha capito tutto, e noi siamo con lui») e a tranquillizzare Berlusconi: «I suoi voti sono stati necessari per portare a casa il federalismo, saranno ancora necessari per altre riforme. Andiamo avanti con lui per adesso». Letizia Moratti, che fa capolino al suo fianco, si allarga in un sorriso. Perché senza la Lega anche la poltrona di sindaco è in ballo. E senza la Lega anche la vittoria diventerebbe una chimera. Per ora il capo nordista assicura che la Lega ci sarà, e allora lei ricambia urlando al microfono ciò che i cinquecento convenuti al Castello Sforzesco vogliono sentirsi dire: «Viva Umberto Bossi».
Altrove, nel Pdl milanese, l'aria è più tesa. Berlusconi ha detto e ripetuto che il voto a Milano è in qualche modo un voto per l'Italia: «Bisogna vincere al primo turno per rafforzare il governo nazionale». Ma i colonnelli del partito ora hanno il terrore che il primo turno possa finire senza vincitori. Eventualità improbabile se si sceglie di dare retta ai sondaggi di un paio di settimane fa, alla tradizione del voto cittadino, e alla sproporzione delle forze in campo. «E' una sfida come Davide contro Golia» aveva detto Bersani mercoledì riferendosi ai costi delle campagne elettorali di Pisapia e della Moratti. Però fra i berluscones si è fatto largo il timore che ad armare la fionda di Davide (cioè di Pisapia) sia stata la stessa Lady Letizia con le accuse rivolte all'avversario di essere un frequentatore di terroristi e di avere, per questo, sfangato una condanna per furto solo grazie all'amnistia.
Accuse infondate, come Pisapia ha poi dimostrato. Ma soprattutto accuse sgradite anche a un nutrito numero di esponenti del centrodestra. Compresi gli stessi leghisti che non hanno nascosto il loro disappunto per la sortita del sindaco uscente: «Non è così che si prendono voti. Anzi, così si rischia di perderne». Lei, sempre più decisa a non fare retromarcia anche nell'ultimo giorno di propaganda, prova a correre ai ripari chiamando in causa una sorta di discriminazione sessuale: «Quando una donna prende delle posizioni un po' decise viene definita non moderata o, peggio, estremista. Strano no?».
Nient'affatto strano, le manda a dire il candidato del centrosinistra: «Qua l'essere donna non c'entra niente. C'entra l'essere leali, e lei non lo è stata. Ne pagherà le conseguenze, molti indecisi voteranno me proprio per questa ragione» dice Pisapia. Il quale chiama in causa anche Berlusconi: «E' chiaro a tutti che è stato il premier a voler trasformare la campagna elettorale in un'arena di veleni». Poi va in piazza Duomo per l'evento finale della sua campagna elettorale, il concerto di Roberto Vecchioni. Che comincia poco dopo il termine di un altro concerto, quello che Valerio Scanu ha fatto a poche centinaia di metri di distanza in onore della Moratti. Dopo i veleni, la musica.