ROMA. «Ha prevalso la sinistra estrema». Sarebbe questo il primo commento di un Berlusconi «infuriato». Il Pdl è sotto choc. Il Cavaliere a Milano perde il referendum su se stesso e nel partito temono che la sconfitta possa avere effetti devastanti sugli equilibri già instabili della coalizione. I big come Scajola temono un clamorso abbandono delle Lega e invocano una «scossa».
La prospettiva di un futuro dagli esiti imprevedibili prende corpo nel pomerioggio dentro il quartier generale del Pdl da dove parte un appello alle «colombe» del Fli, come Urso e Ronchi, che non sono disposti a votare Pisapia. I primi scrutini dicono che a Milano il candidato del centrosinistra è in testa con il 48,01% dei voti e nella sede di via dell'Umiltà sono pochi quelli che hanno voglia di commentare. Stupore, delusione e sgomento sono chiaramente leggibili nei volti dei fedelissmi che sono costretti a concedersi alle telecamere dei Tg e ai taccuini dei cronisti. Berlusconi resta ad Arcore per seguire la maratona del voto e Paolo Bonaiuti fa sapere che il premier «esprimerà le sue valutazioni» soltanto oggi a risultati definitivi. Ma non è difficile immaginare quale sia l'umore del Cavaliere, che a Milano ha impostato la competizione come un giudizio su se stesso ed ha detto chiaramente che il voto sulla Moratti aveva una «valenza nazionale». Chi gli ha parlato ieri, lo definisce come «infuriato».
Quel che è certo è che una possibile sconfitta nella città simbolo del berlusconismo nessuno era disposto a metterla nel conto. Tra i primi ad ammetterlo è Denis Verdini. «Su Milano avevamo un'altra aspettativa. Non si tratta di delusione ma avevamo una aspettatova diversa. Il testa a testa, o il vantaggio di Pisapia, sinceramente non ce lo aspettavamo» dice il coordinatore del Pdl. Sotto accusa finiscono i «falchi» del partito come la Santanché che nel duello Moratti-Pisapia ha provveduto solo a gettare benzina sul fuoco. E adesso, dopo che il peggio è arrivato, prova a minimizzare: «Eccezionale sarebbe stato vincere al primo turno a Milano. E invece è normale andare al ballottaggio». Chissà se il Cavaliere la pensa allo stesso modo.
Nel partito adesso ci si interroga sulla bontà di una campagna elettorale aggressiva, portata avanti dal sindaco di Milano con un crescendo di toni e di accuse che ha spaventato l'elettoratio moderato ed ha convinto quello di centrosinistra ad andare alle urne proprio per bloccare il disegno berlusconiano. E adesso? Altero Matteoli, e con lui molti altri pidiellini, invocano il soccorso dei finiani Urso e Ronchi, che non sono disposti ad appoggiare un candidato di sinistra come Pisapia e fanno capire che potrebero anche ritornare ad appoggiare la maggioranza. Gaetano Quagliariello salta da uno studio televisivo all'altro e, con il volto tirato, guarda in faccia la realtà: «Bisogna dire che ci aspettavamo un ballottaggio favorevole e non un ballottaggio negativo».
Dalle urne milanesi è uscito un risultato amaro e il più preoccupato è Claudio Scajola. L'ex ministro, che nei mesi scorsi non aveva risparmiato critiche al Pdl e che arrivò a minacciare la costituzione di un gruppo autonomo alla Camera per costringere il partito ad un cambio di rotta, adesso invoca un ritorno allo spirito del 1994 e chiede al partito una «svolta» prima che sia troppo tardi.
«Berlusconi deve mandare un segnale, serve un colpo d'ala» dicono a fine giornata molti deputati e senatori che passeggiano nervosamente nella sede di via dell'Umiltà e si interrogano sul futuro del partito. Ad ammettere che a Milano «c'è un problema» è anche il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone. Ma nel partito c'è anche chi è convinto che Berlusconi, da solo, non «basti più» e che il voto di Milano sia stato di «protesta».