Castelli attacca «La città non può andare agli estremisti»
MILANO. «Valuteremo a freddo tutto quanto», dice Roberto Castelli, Lega, ma filtrano lo «stupore» di Bossi per Milano e una frase che svela molto: «La coalizione con il Pdl non è più sempre vincente».
E ancora: «Se una volta si poteva dire che il Pdl vinceva grazie alla Lega oggi possiamo affermare che la Lega perde per colpa del Pdl».
Il Bossi furioso aveva trascorso il pomeriggio rinchiuso nel suo ufficio con i suoi, impegnato nell'analisi del voto. Col ministro delle Riforme erano presenti il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, i presidenti dei gruppi parlamentari Marco Reguzzoni e Federico Bricolo, il governatore del Piemonte Roberto Cota e il segretario lombardo Giancarlo Giorgietti. Poi Roberto Castelli cui viene demandato il compito di incontrare i giornalisti. Unico assente, giustificato, il ministro dell'Interno Roberto Maroni, al Viminale per sorvegliare le operazioni elettorali.
«Per la coalizione è un fatto non positivo - dice Castelli - ci impegneremo per i ballottaggi. Ma è impossibile che a Milano vinca la sinistra estrema».
Prima di lui l'unico che si era affacciato in sala stampa era stato Matteo Salvini, capogruppo al Comune per la Lega Nord, e vicesindaco in pectore se vincesse Letizia Moratti. «Rispettiamo il voto. Abbiamo quindici giorni per far vedere le due Milano agli elettori, per parlare di sicurezza, di Quarto Oggiaro, della città che verrà. Insomma c'è da giocare il secondo tempo», dichiara ai giornalisti in attesa.
Con il passare delle ore, però, nella sede del Carroccio l'aria è rimasta pesante e il tam tam di notizie in arrivo dai Comuni dove la Lega era in corsa da sola - Desio, Rho, Gallarate - non ha aiutato a distendere i nervi. «Parleremo a notte», fa sapere un portavoce mentre le prime indiscrezioni dalla trincea di Gallarate danno il candidato della Lega al 28,9, quello del centro destra al 33 e quello del centrosinistra al 34,4. Dati ancora molto parziali ma che, se confermati, significherebbero il fallimento di un esperimento giocato in casa.
I brindisi, gli applausi e i caroselli di auto strombazzanti che animano il quartier generale di Giuliano Pisapia, su corso Buenos Aires, sono lontani anni luce. E nel fortino di via Bellerio, in un clima da resa dei conti, le facce sono scure. Bossi, dicono i suoi, «è stupito» dal risultato milanese. Stupito per non dire frastornato dalla botta. E incavolato nero per quei 4 punti persi rispetto alle ultime regionali. Si è pentito di non avere presentato un candidato autonomo, altro che Berlusconi capolista.
L'umore del segretario, racconta ancora chi lo ha visto alle prese con le proiezioni, è andato peggiorando quando a Milano Pisapia è salito al 48 ed è parsa vicina anche la sconfitta, al primo turno, sulla piazza di Bologna. I militanti del popolo verde, intanto, la loro analisi l'hanno già affidata alla pagina Facebook del Carroccio dove i più confessano che votare la Moratti «era impossibile». «Basta con Berlusconi. I suoi problemi non sono i nostri». «Se perdiamo che il Berlusca si prepari». Insomma: «Cambiare subito». Questa è la richiesta che arriva dalla base.