ROMA - I conti tornano, parola di Pdl, «siamo in ampio vantaggio sul Pd». E i vertici, Denis Verdini e Ignazio La Russa, non gettano la spugna. Non ci penso nemmeno a dimettermi, taglia corto Verdini. Pieno di ironia il tono del ministro della Difesa: «Se fosse possibile cambiare il risultato dei ballottaggi, ci saremmo dimessi ieri». Con un'aggiunta: «Se questo è il problema, stanotte ci pensiamo...». Lo stato maggiore berlusconiano cerca di guardare avanti, con un occhio al prossimo ballottaggio quando si giocherà «una partita nuova e diversa». Maurizio Lupi ci spera: «Abbiamo perso una partita, possiamo vincere lo scudetto».
Ma al di là dell'ottimismo profuso a piene mani, il segnale di Milano, con Giuliano Pisapia che batte Letizia Moratti al primo turno, nel partito del premier crea tensioni, preoccupazioni. E comincia il processo ai falchi del Pdl per la «radicalizzazione» dei toni elettorali. Radicalizzazione che per il gruppo dirigente, Verdini e Cicchitto, è stata colpa dei giudici, per cui il Cavaliere non ha fatto che rispondere colpo su colpo, ma altri, come Roberto Formigoni, puntano il dito contro esponenti del partito, un nome su tutti: Daniela Santanché. Per il governatore della Lombardia, nelle disfatta hanno pesato il caso del consigliere Lassini, con i manifesti sulle Procure-Br, e quella battuta del sindaco, durante il faccia a faccia in tv, quando ha dato del terrorista a Pisapia. Confessa: «Una parte dell'elettorato ha manifestato disagio». Comunque, adesso, la «vittoria della Moratti è complicata, ma non impossibile». Anche il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani, mette sotto accusa la «campagna un po' arrabbiata» che ha portato «alla mobilitazione del campo opposto». Mario Mantovani, coordinatore lombardo Pdl, bacchetta la Santanché in particolare per quell'ultima battuta, a urne chiuse («se vince Giuliano vince la droga»): «Forse eccessiva», secondo il coordinatore lombardo.
Su Milano non ci sono scusanti, la sconfitta è innegabile, per ora almeno. La Russa puntualizza: «Non ci vuole un genio a capire» che Berlusconi è stato deluso. Tuttavia la difesa dei coordinatori Pdl (mancava però Sandro Bondi), fatta durante una conferenza stampa in via dell'Umiltà, passa attraverso due punti fermi: il pareggio nei numeri tra Pd e Pdl e la forte crisi del Terzo Polo. Sulla «verità» delle cifre, come ha detto Verdini, ci sarebbe un «sostanziale» pareggio tra i due schieramenti: «Si votava in 11 province, la sinistra ne governava 7 e noi 4. Loro ne hanno vinte 3, noi 2, le altre 6 andranno al ballottaggio e in 3 siamo in ampio vantaggio». Inoltre nei 29 comuni capoluogo «la sinistra ne governava 20 e noi 9. Loro ne hanno confermati 12, noi 4». Infine, i 104 comuni con più di 15 mila abitanti. «La sinistra ne aveva 54, noi 50. Loro ne hanno tenuti 14, noi 15. Ai ballottaggi partiamo in vantaggio in 32». Smentito Pier Luigi Bersani anche sui voti di lista, parola di Verdini: «Aggregando i dati di tutti i comuni sopra i 15mila abitanti, il Pdl è al 26,5% ed il Pd al 21,8%». Dunque, nessun avanzamento del Pd. E il crollo delle percentuali rispetto alle ultime politiche? Per Verdini il confronto non si può fare. «Mi meraviglio di voi giornalisti», esclama. Precisando: «Alle amministrative ci sono le liste civiche. Se le uniamo, siamo al 33-34%».
Infine, è un «dato confortante», per il Pdl, quello relativo al Terzo Polo. Anzi, per Verdini «il vero Terzo polo è la sinistra estrema: l'Udc si ferma al 5%, il Fli all'1,3%, l'Api allo 0,7%». Quando l'Udc si «allea con noi, guadagna, da solo stenta, con la sinistra perde».