Il sindaco: «Ballottaggio? Non mi pongo il problema». E richiama Glisenti
MILANO Due tiri alla bocciofila dei giardinetti di via Morgagni, la promessa ai cittadini della zona che degli alberi centenari non sarà fatto scempio per lasciare il posto a un parcheggio. A meno di due settimane dal ballottaggio che deciderà il nuovo sindaco, Giuliano Pisapia ricomincia il lavoro là dove l'aveva interrotto. Cioè convincere i milanesi che il suo governo meneghino sarà affidabile, solido e concreto. «Continuerò a rivolgermi a tutti, sia a coloro che hanno votato altre coalizioni sia ai molti che non sono andati a votare», è la dichiarazione d'intenti. Tanta presenza sul campo, spiega, e poca strategia politica: grande attenzione al Terzo polo e al Movimento 5 stelle, serbatoi di schede preziosi per aggiudicarsi il secondo turno, ma per il momento nessun accordo.
Nel quartier generale del candidato a palazzo Marino la parola d'ordine è prosaica: «Gambe lunghe e pedalare». Per conquistare voti si riparte dai quartieri, la democrazia partecipata è uno dei punti cardine della politica di Pisapia. Che forte del 48,05% ottenuto contro il 41,59% di Letizia Moratti, cede alla tentazione di fare due conti: «Sarebbe sufficiente che chi mi ha votato al primo turno tornasse a votare, a quel punto per la Moratti non ci sarebbe alcuna speranza». In realtà sa che la corsa finale avrà più le caratteristiche di un percorso a ostacoli che di una passeggiata di salute. «Sarà dura per me - dice alle centinaia di persone che ieri lo attendevano sotto le piante di piazza Lavater - perché cercheranno di buttare fango e raccontare menzogne». Lui assicura di essere pronto a tutto, «l'uso della menzogna è ormai un'abitudine del centrodestra: hanno detto che avrebbero cambiato strategia e invece non è così, anziché colpire me come persona adesso mi attaccano come posizione politica». Migliaia di manifesti sarebbero già pronti, l'intenzione parrebbe quella di tappezzare la città con slogan tipo Non lasciamo Milano in mano ai centri sociali. Preoccupato? «No, più fango mi hanno gettato addosso più voti ho preso. Non saranno dei cartelloni falsi a far cambiare opinione ai milanesi. L'estremismo ormai è di destra e trova il suo punto di riferimento in Silvio Berlusconi e in personaggi come Roberto Lassini». Pisapia prende le distanze: lascio gli attacchi agli avversari, ribadisce, preferisco rimboccarmi le maniche per Milano. «Punteremo sui temi lasciati irrisolti dalla Moratti: traffico, aria pulita e partecipazione dei cittadini». Un «segnale forte» arriverà anche sulle competenze dei consigli di zona e dato che per legge gli assessorati saranno ridotti da 16 a 12, le deleghe verranno riorganizzate in modo «da evitare che sullo stesso tema decidano assessori diversi, come accade adesso rallentando il lavoro». Questa, assicura, sarà l'amministrazione Pisapia. «Vi garantisco che continuerà a essere il mio modo di fare il sindaco. Decideranno i cittadini, non i pochi chiusi nel palazzo».
E concentrata sul futuro dei milanesi è anche Letizia Moratti, che nel giro di quarantott'ore si è ripresa dallo sbandamento e ha riorganizzato le fila. Si è riappropriata della poltrona di sindaco, ha dedicato l'intera giornata a una serie di riunioni di lavoro con i suoi assessori e i consiglieri, svoltesi simbolicamente nella sala della Giunta, per pianificare le iniziative culturali dell'estate, i lavori di rifacimento delle strade, i programmi di assistenza familiare. Se Berlusconi ha voluto trasformare le elezioni nella città della Madonnina in un referendum personale, ora lei libera il campo dall'ingombrante presenza del Cavaliere. Si è tolta l'emetto con cui ha affrontato gli ultimi giorni della campagna elettorale e ha di nuovo infilato la fascia di primo cittadino, così tesa al bene della metropoli da non pensare nemmeno al ballottaggio. «Non mi pongo questo problema - afferma - Ho il dovere di continuare a lavorare per dare le risposte che ci chiedono i milanesi». Artefice di questa nuova strategia - in realtà un ritorno al passato, grazie al quale la Moratti si infila nei panni a lei più consoni di politica moderata, mai sopra le righe - è Paolo Glisenti, il suo storico braccio destro che l'ha seguita nella vittoria del 2006 e nell'assegnazione dell'Expo 2015, richiamato martedì in tutto fretta dopo la sostituzione in corsa dell'agenzia di comunicazioni Sec di Fiorenzo Tagliabue. Ieri Glisenti era già in forze a palazzo Marino. «Con Paolo ho un'amicizia che dura da 12 anni, è una persona che mi conosce molto bene e che conosce Milano - precisa il sindaco - La città ha bisogno di sapere che ha amministratori che si stanno occupando di loro: siamo sereni al lavoro, non esiste frattura tra di noi». E adesso, ricompattata la coalizione, può scendere ancora nelle piazze a stringere mani, accompagnata da assessori e testimonial politici come l'ex sindaco Gabriele Albertini, la senatrice Ombretta Colli e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi. Insomma, nello staff meno Red Ronnie che seguiva il sindaco con la telecamera e scaricava i filmati su Youtube e più sponsor di spessore, su indicazione dello stesso Silvio Berlusconi. A conferma, spiega, che all'interno del Pdl non c'è nessuna spaccatura. «A questo tavolo - puntualizza - sono rappresentate tutte le anime del Pdl e della Lega e si collabora». Pensa che il Popolo delle libertà abbia dato il massimo per sostenerla in campagna elettorale? «Tutte le componenti del Pdl hanno dato il massimo», garantisce. «Siamo qui insieme per continuare con serenità e coerenza la nostra opera. Questo è il mandato che i cittadini ci hanno dato e che dobbiamo rispettare»