Il premier frena gli alleati: «Nulla di deciso, polemica strumentale»
ROMA - La querelle sul trasferimento dei ministeri al Nord, ma senza trascurare del tutto il Sud, non ha accennato a quietarsi per tutta la giornata di ieri, alimentata - nonostante la confusione generata nella maggioranza - dalle insistenze della Lega. Fin quando nel vertice serale a palazzo Grazioli tra Berlusconi e Bossi si è deciso di congelare la proposta fino a dopo i ballottaggi. Il leader leghista avrebbe comunque ricevuto assicurazione che dopo il voto di domenica il tema tornerà sul tavolo di discussione, quando anche nel Pdl si saranno messe a punto delle ipotesi per trovare un'intesa con l'alleato nordista.
«Berlusconi si convincerà», aveva risposto ieri Umberto Bossi ai giornalisti che gli rappresentavano la prudenza mostrata ultimamente dal premier sull'argomento. I ministeri decentrati sul territorio, osservava il Senatùr, «ci sono in tutta Europa, in Inghilterra, in Francia. Perché non ci devono essere qui?». E a chi gli faceva notare che il sindaco Alemanno è fermamente contrario al trasferimento dei dicasteri il leader della Lega replicava alla quirite: «Te credo...». Poi il Senatùr si produceva in una piccola sceneggiata con sorpresa: interpellato, mentre arrivava alla Camera, sulla posizione della Lega sui referendum del 12 giugno, Bossi istintivamente rispondeva con la solita pernacchia. Ma, dopo un attimo di ripensamento, precisava: «Alcuni quesiti sono allettanti. Come quello sull'acqua per esempio. Avevamo detto a Berlusconi di fare una legge sull'acqua e noi l'avremmo appoggiata. Poi si è messo di mezzo Fitto e alla fine nessuno l'ha fatta».
Quanto agli alleati del Pdl, mentre Berlusconi faceva di tutto per non inasprire le tensioni tra centralisti e decentratori del partito, dicendo di «non capire tutta questa polemica strumentale montata come al solito dai giornali. Si è trattato di un ragionamento che abbiano solo accennato. Non è stato deciso ancora nulla...», autorevoli esponenti pidiellini aprivano ai desideri del Carroccio. Maria Stella Gelmini, valutava come «una scelta ragionevole» la richiesta di Bossi di impiantare alcuni dicasteri al Nord. «Il governo e la maggioranza - precisava in un'intervista il ministro dell'Istruzione - non hanno ancora assunto una decisione su quale sarà l'istituzione da spostare, ma ci stiamo ragionando. Abbiamo combattuto tanto il centralismo romano, quindi credo sia ragionevole spostare qualche struttura pubblica e dipartimento che potranno trovare collocazione a Milano». Dalla Campania faceva eco alla Gelmini il governatore Stefano Caldoro: «Questa questione dei ministeri per me è giusta. Ministeri senza portafoglio - affermava l'esponente del Pdl - possono essere trasferiti senza una grossa spesa: sono d'accordo. Sarebbe un fatto simbolico, e una soluzione potrebbe essere quella di portarne uno nella più grande città del Nord, Milano, e uno nella più grande città del Sud, Napoli». Meno sbilanciato, ma «non scandalizzato», sullo spostamento dei ministeri Ignazio La Russa, il quale affermava che l'ipotesi «Bossi l'ha avanzata già da parecchi anni. E' una proposta che esamineremo quando sarà il momento, visto che per trasferire i ministeri in un'altra città ci vuole una legge». Comunque, concludeva il ministro della Difesa a Ballarò, «lo spostamento dei ministeri è l'ultimo dei miei problemi. Credo sia un fatto simbolico». A ribadire invece la propria assoluta contrarietà ad ogni ipotesi di spostamento dei ministeri restava Gianni Alemanno: «Se la questione non sarà archiviata entro domani è evidente che se ne parlerà domani alla riunione dell'Ufficio di presidenza del Pdl», avvertiva ieri sera il sindaco di Roma che ha già minacciato di mobilitare la piazza contro il trasferimento di dicasteri a Milano. Decisamente contro la ridislocazione delle sedi ministeriali, sia al Nord che al Sud, il palermitano Gianfranco Miccichè, e non per ragioni campanilistiche: «Bisogna essere schietti. Il trasferimento dei ministeri serve solo ad alimentare quella sacca di clientelismo che solo certa burocrazia parassitaria è capace di fare. Non è con queste logiche spartitorie - afferma il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio - che si crea sviluppo e occupazione per le giovani generazioni». Di diverso avviso un altro esponente palermitano della maggioranza, ma non per questo in eccellenti rapporti con Miccichè: il presidente della commissione per l'attuazione del Federalismo fiscale, Enrico La Loggia: «Quando l'assetto federale del Paese sarà a regime, ai ministeri resteranno meno competenze, sostanzialmente quelle tipiche dello Stato centrale, ragion per cui - sostiene La Loggia - mentre alcuni potranno rimanere a Roma, altri potrebbero essere parzialmente decentrati».