Come sempre, e dunque pure in politica, la vittoria ha tanti padri e la sconfitta uno solo. In questo caso riconoscibilissimo. Ha la fisionomia netta di Silvio Berlusconi, responsabile di aver giocato anche questa partita con lo schema che da vent'anni mette in campo: lui contro tutti, un referendum su sé stesso. Ha perso. Per la prima volta gli elettori - e non genericamente intesi ma proprio i suoi: la perdita di Milano questo disvela - quello schema hanno rigettato, rifiutandolo. Ne ha fatto le spese Umberto Bossi, e questa è la seconda grande novità del voto. A differenza del passato anche recente, la Lega non drena il consenso in uscita dal Pdl. Il Cavaliere e il Senatùr perdono insieme, il loro binomio è bocciato dai cittadini. Brucia il cuore del sistema politico come siamo stati abituati a raffigurarlo da due decenni a questa parte: va in tilt, cioè, l'asse Berlusconi-Lega.
Certo, è giusto ricordare che il Pdl resta quasi dappertutto il primo partito, confermandosi su livelli vicini al 30 per cento; mentre il Pd rimane distante di tre-quattro punti. La Lega si conferma forza determinante e la sinistra radicale riacquista corpo e significanza. Ma il segno politico del voto non è discutibile e punisce con severità il centrodestra e l'alleanza di governo che lo incarna.
Nella grande maggioranza dei casi dove si è votato, il refrain è univoco. Al Nord, oltre Milano, la coalizione di berluscones e leghisti perde in centri nevralgici come Trieste (Comune e Provincia), Novara che è il feudo del leghista presidente del Piemonte, Cota; Mantova, Pavia, Pordenone, Gallarate. Nel Centro e nel Sud, al di là del trionfo di de Magistris, il centrosinistra guadagna Cagliari - che politicamente è una piccola Milano: il centrodestra era egemone da lustri - e poi Macerata, Grosseto, Crotone. Al centrodestra vanno Varese, Rovigo, Vercelli, Cosenza, Reggio Calabria e Iglesias. Il gioco delle alleanze ha premiato il centrosinistra che vince sia quando si presenta nella versione più radicale sia quando, come a Macerata, ha sostenuto un candidato proveniente dall'Udc e D'Alema e Casini si sono spesi in prima persona per appoggiarlo. Il bilancio delle Province conferma: sette al centrosinistra e quatto al centrodestra.
Che succede ora? Berlusconi e Bossi vogliono andare avanti rilanciando l'azione di governo, a partire dalla riforma fiscale: chissà cosa ne pensa Giulio Tremonti. Dal 2008 il premier si è innegabilmente indebolito e il voto di ieri lo debilita ancor di più. Che possa in questa situazione fare oggi le riforme che non è riuscito a fare ieri, rischia di essere un atto fideistico. La Lega cercherà di divincolarsi per marcare un profilo di diversità rispetto all'alleato non più così vincente. Ma rompere non può. Politicamente sarebbe troppo oneroso: comporterebbe l'uscita di scena anche di Bossi. Il Terzo Polo rinnova al Cavaliere l'invito a farsi da parte. Il Pd chiede elezioni sapendo che non ci saranno. Non che gli dispiaccia. In primo luogo perchè Berlusconi più va avanti e più si sfarina. E poi soprattutto perchè ha bisogno di tempo per definire e irrobustire il recinto delle alleanze.