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Pescara, 18/06/2026
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Data: 31/05/2011
Testata giornalistica: Il Centro
D'Alfonso, il giallo del testimone. Il giornalista Di Miero: «La polizia postale mi disse di stare attento»

IL PROCESSO Le dichiarazioni sui metodi degli agenti trasmesse alla procura della Repubblica

PESCARA. «Mi dissero che da qui sarei passato di là, nella camera di sicurezza». Quando il giornalista Di Miero, testimone nel processo sulle presunte tangenti in Comune, racconta dell'interrogatorio subìto dalla polizia postale, il giudice lo interrompe e dispone la deposizione alla procura.
La nuova udienza del processo che intreccia il nome di Luciano D'Alfonso e quello del suo braccio destro Guido Dezio a tanti imprenditori, che lega presunte tangenti agli appalti del cimitero e dell'area di risulta, inizia con un fuori programma: una testimonianza dà il via a un'inchiesta sulla polizia postale. In aula, per la seconda volta, ci sono anche l'ex sindaco imputato nel processso Housework per corruzione, concussione e truffa, gli imputati Dezio e Marco Mariani.
DI MIERO DEPONE Davanti al presidente del collegio Antonella Di Carlo e al pm Gennaro Varone iniziano a sfilare i testimoni chiamati dell'accusa: alle 10.30 è il turno del giornalista Francesco Di Miero, ex caporedattore del Tempo, chiamato a riferire «sulle ragioni per le quali ha ricevuto denaro da Angelo De Cesaris Srl, Delta Lavori Srl, Siset Srl, Soget Srl e sul ruolo di D'Alfonso in tali pagamenti». Incalzato dalle domande, Di Miero inizia a raccontare: «Nel 2005, D'Alfonso aveva aperto un centro di ascolto per i cittadini e in quel periodo avevo bisogno di lavorare: chiesi un'occasione di lavoro. L'ex sindaco chiamò al telefono l'imprenditore De Cesaris chiedendogli: "Possiamo fare un favore a un bravo giornalista?"». Dice l'accusa che D'Alfonso avrebbe indotto gli imprenditori Massimo De Cesaris, Angelo De Cesaris e Alberto La Rocca, imputati nel processo, a versare denaro alla società Informabruzzo di Di Miero retribuendola «per ragioni personali del sindaco e per prestazioni dichiarate ma mai richieste e rese». Interrogato dal pm e dal giudice, Di Miero spiega il suo rapporto di lavoro con le ditte. «Dovevo fornire una consulenza relativa a strategie di comunicazioni: dovevo dare consigli. Per le mie prestazioni, che non avevano contratto, ho ricevuto 5 mila euro da De Cesaris e altri 2.500 euro». Varone domanda a Di Miero se avesse fatto concretamente qualcosa per le ditte: «No, aspettavo che mi chiamassero. Questo era l'accordo».
«D'Alfonso sapeva che lei prendeva soldi senza lavorare? Nell'interrogatorio alla polizia postale lei ha detto di aver avvertito D'Alfonso dell'anomala situazione ma che lui avrebbe fatto spalucce»: è questa la domanda chiave del pm che riporta Di Miero a quell'interrogatorio. «Non ho mai usato il termine spallucce», dice Di Miero che, ieri mattina, non ha confermato di aver avvertito D'Alfonso dell'«anomala situazione». «Gli investigatori mi dicevano di stare attento. Mi dicevano che sarei passato di là, nella camera di sicurezza». Ed è qui che il giudice Di Carlo interrompe la testimonianza e, ravvisando una notizia di reato, dispone la trasmissione della deposizione alla procura, dando il via a una nuova inchiesta. Di Miero rischierebbe falso in testimonianza e calunnia e, al contrario, gli agenti sarebbero accusati di minacce. Ma Varone, ascolta quelle dichiarazioni, e resta di stucco perché dice: «Dopo l'interrogatorio con la postale lei è venuto da me spontaneamente dicendomi di essersi liberato di un peso e non dicendomi nulla delle presunte minacce». Il giornalista, più volte, ha poi ribadito che «dall'interrogatorio della postale era emersa la verità e di non aver mai ricevuto richieste da D'Alfonso». Presunte minacce dalla postale sono state espresse in maniera più velata anche da un altro testimone: Antonio Ciccarini, dipendente di De Cesaris che ha eseguito lavori di ristrutturazione nella casa dell'ex sindaco. «Lavori durati 6 giorni e non 20», spiega mentre aggiunge: «La polizia postale mi ha aggredito, mi incalzava a dire la verità».
TARABORELLI-DEZIO L'udienza è molto lunga e D'Alfonso coglie l'occasione per distribuire agli avvocati un invito al convegno dedicato a Luciano Russi organizzato dalla fondazione Europa Prossima. E' proprio questa la fondazione tirata in ballo nella deposizione dell'ingegnere Bellafronte Taraborelli: «Ho dato 5 mila euro a Dezio per l'associazione Europa prossima che stava nascendo e l'ho fatto per fini culturali. Ho prelevato 8 mila euro dal mio conto, di cui circa 6 mila li ho dati a Dezio per contributi elettorali, manifestazioni del partito della Margherita». Poi, è stato il turno dell'imprenditore di Ortona Tommaso Di Nardo sempre chiamato a riferire sui suoi rapporti con Dezio. «Diedi a Dezio due assegni da 5 mila euro come contributo per il Pescara calcio, ma quando mi resi conto che il mio nome non figurava nella lista degli Amici del Pescara mi ripresi i soldi». Sei ore di udienza, in cui sono stati ascoltati anche l'imprenditore Bruno Chiulli, l'ex funzionario del Comune Gilda De Luca, Sabatino Talucci, il titolare del ristorante Buffalo Bill e l'ispettore della Mobile Guido Camerano. E' da lui che riprenderà la prossima udienza di lunedì 6 alle 9.30.

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