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Pescara, 18/06/2026
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Data: 31/05/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Ho subìto pressioni dalla polizia» Giallo sulle dichiarazioni di un teste nel processo a carico dell'ex sindaco Luciano D'Alfonso, il giudice invia gli atti in procura

Udienza favorevole alla difesa quella di ieri nel processo a carico dell'ex sindaco Luciano D'Alfonso e degli altri 23 imputati per il filone grandi appalti, con l'aggiunta di un colpo di scena. Vale a dire l'invio in procura, per valutare l'esistenza di eventuali reati, del verbale di interrogatorio del primo teste della giornata, mossa decisa dal presidente del collegio Antonella Di Carlo, in certi casi più incisiva della pubblica accusa nei suoi interventi. Il teste è il giornalista Francesco Di Miero, titolare della società Informabruzzo che ricevette incarichi da alcune aziende vicine al sindaco D'Alfonso per collaborazioni e consulenze, mai effettivamente rese. Ebbene, durante la sua deposizione, Di Miero ha fatto espliciti riferimenti a pressioni ricevute durante l'interrogatorio cui venne sottoposto da parte della polizia postale.
Due le strade che potrebbero aprirsi dopo l'invio degli atti in procura: un'inchiesta contro il teste Di Miero, per falsa testimonianza e calunnia, oppure contro la polizia postale che avrebbe usato maniere forti nei confronti del testimone: «Deve stare attento altrimenti... da qui può passare di là» avrebbero detto gli investigatori al giornalista, facendo intendere chiaramente che se non avesse risposto a dovere sarebbe passato, quanto meno, da teste a indagato. Una dichiarazione che ha gelato l'aula anche perché la versione resa davanti ai giudici è stata oggettivamente favorevole a D'Alfonso: «Al sindaco - ha verbalizzato il giornalista - chiesi aiuto in un momento particolare della mia vita, ma lui non mi ha mai chiesto nulla e come professionista ho continuato ad essere critico nei confronti della sua amministrazione». E sulle maniere poco ortodosse usate dalla polizia postale, sempre ieri c'è stata anche una conferma, anche se velata, da parte di un altro testimone, Ciccarini, che peraltro ha fatto tanta confusione con le date sui lavori che fece a Lettomanoppello, nella casa del sindaco, e nella sede della Margherita di Manoppello.
Importanti anche le testimonianze dell'ingegnere Bellafronte Taraborelli e del titolare della società Aquila che gestisce la sicurezza all'interno del tribunale, entrambi ex indagati per corruzione, la cui posizione venne poi archiviata. Il primo ha detto: «Sì, ho dato soldi a Dezio», salvo poi precisare che si è trattato di un versamento di 5000 euro alla fondazione Europa prossima («che aveva obiettivi meritevoli»), vicina a D'Alfonso, e altri 5-6 mila euro, con più dazioni, quale contributo all'attività politica. E rispondendo all'avvocato Milia sul ruolo di Dezio, Taraborelli ha detto: «Sì, sapevo che i soldi erano per il partito». Più colorata la deposizione di Di Nardo, che all'epoca era in corso per l'acquisto della Pescara calcio. «Diedi a Dezio due assegni di 5000 euro, che erano il mio stipendio, per sostenere la squadra, ma quando non vidi il mio nome sui giornali, mi feci restituire gli assegni e quasi li strappai». Una tesi diversa da quella dell'accusa che ha sempre sostenuto che i due assegni vennero restituiti da Dezio in cambio di contanti. Ma questo nessuno lo ha mai detto, tantomeno Di Nardo ieri.

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