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Pescara, 18/06/2026
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Data: 01/06/2011
Testata giornalistica: Il Centro
Dopo le amministrative(Roseto) - Festa per Pavone col pugno chiuso. I Liberalsocialisti chiave della vittoria: «Noi siamo ancora di sinistra». Il Pd teramano esautorato da Ginoble e Legnini prepara la resa dei conti

Di Pasquale: «Bisogna cambiare strategia»

ROSETO. Ma quale svolta a destra. Quella di Roseto è un'anomalia - unica in Italia - che nasce dalle guerre intestine della sinistra. Dice tutto la foto accanto, con il pugno chiuso di Gianfranco Marini (e di un altro esponente dei Liberalsocialisti) esibito accanto al nuovo sindaco e compagno di partito Enio Pavone subito dopo la vittoria.
DI SINISTRA. «Noi siamo ancora un partito di sinistra», tiene a dire lo stesso Marini, memoria storica dell'ex Psi in provincia, «ma con questa sinistra rosetana, soprattutto con il Pd, non è stato possibile fare niente dal 2006 in poi. Noi siamo sempre stati fedeli agli ex Pci, nel '74 li portammo noi al governo della città, e abbiamo anche determinato la possibilità di far ricandidare Di Bonaventura perché la Margherita non lo voleva. Il giorno dopo l'elezione se n'è dimenticato perché condizionato da Ginoble. Abbiamo deciso di uscire perché non contavamo niente e non potevamo più incidere. Se ci pesa stare col centrodestra? No, non abbiamo avuto difficoltà. Abbiamo trovato persone disponibili, idee chiare, nessuno ci ha intralciato. Con il Pdl avevamo messo su un progetto già per le regionali e le provinciali. Sono andati in porto tutti e tre».
IL PDL. Il Pdl fa bene a gioire («Roseto è stata presa con l'ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione e dei gufi», dice il coordinatore provinciale Paolo Tancredi) ma in verità di determinante, da parte degli "azzurri", c'è stata una cosa sola: la scelta strategica di accettare senza discutere la candidatura a sindaco del socialista Pavone e lasciare agli eredi del Psi la guida della coalizione.
IL PRANZO. Gianfranco Marini, stuzzicato sulle colpe degli sconfitti, non ha difficoltà ad ammettere: «Più che vincere noi, ha perso il Pd. I loro voti sono passati a noi». Ecco, l'anomalia rosetana nasce da un Pd che negli ultimi anni si è isolato da una grossa fetta della propria base oltre che dalle altre forze della sinistra. Una gola profonda del Pd teramano fa sapere al Centro come nasce l'ultimo errore, la candidatura di Teresa Ginoble detta Elena. È un pranzo galeotto. A tavola due boss regionali del Pd, Silvio Paolucci e Giovanni Legnini, incontrano Tommaso Ginoble e gli danno il via libera per la sorella. Assenti, non invitati, i vertici provinciali del partito. Esautorati perché, a quanto pare, avevano avvertito i Ginoble che era meglio non forzare la mano e pensare a un'altra strategia.
DI PASQUALE. La presidente regionale del Pd, la teramana Manola Di Pasquale, ci va giù pesante: «A Roseto non si aspettavano di perdere perché non sono riusciti a percepire il vento che tirava. In particolare, il disastro più politico che amministrativo che avevano fatto. Erano convinti di essere invincibili. Tipico delirio di onnipotenza. Tutti li avevamo avvertiti, ma lì non puoi forzare più di tanto: senza i voti dei Ginoble perdi di sicuro. A Roseto bisognava individuare una nuova coalizione, anche guardando al centro, e individuare un candidato che la esprimesse. Il partito non è riuscito a fare questa operazione, la responsabilità è di tutti. Il problema, in un panorama anomalo, era anche il candidato. Presa singolarmente Elena era il candidato migliore possibile ma su di sé attirava le pecche di una cattiva politica di coalizione, gli odi che il fratello aveva determinato nell'ambiente politico e il malcontento fisiologico dell'amministrazione uscente. Venivano identificati come coloro che gestivano il potere».
RESA DEI CONTI. Nel Pd teramano, dopo l'ennesimo smacco elettorale (il più clamoroso di tutti), sarà inevitabile una resa dei conti. Manola Di Pasquale l'annuncia così: «Attualmente la coalizione di centrosinistra nel Teramano non è credibile, va riformata completamente. Bisogna rimodulare la progettualità politica del Pd, comprese le alleanze. Guardare non solo a Sel e Idv, ma anche verso il centro. Questo partito non può parlare solo con la Cgil».

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