"Erano da poco passate le 15 e viaggiava verso Loreto carico di gente.."
ROMANO DI BERNARDO* Di Bernardo ricostruisce il massacro sul convoglio. La lapide che ricorda Sciarretta e Leone
«Erano da poco passate le 15 e il trenino della Fea, partito da una decina di minuti da Penne viaggiava alla volta di Loreto stracarico di gente. Il convoglio si componeva di due vetture viaggiatori, due vagoni scoperti per trasporto merci e la motrice; il capotreno era Galizio Sciarretta e il guidatore Luigi Leone. Mancava un chilometro per arrivare alla galleria di Collatuccio, quando alle spalle del trenino, seguendo per così dire, la stessa direzione di corsa, spuntarono quattro apparecchi inglesi, del tipo Spitfire».
Il giornalista scrittore Manlio Masci così inizia la narrazione della pagina più drammatica del capitolo "Il trenino della morte" nel suo libro "Abruzzo anno zero" (edizioni Aternine 1960).
A distanza di tanti anni da quell'atroce atto di guerra a danno di inermi cittadini, credo sia giusto ricordare agli abruzzesi di oggi quella pagina triste entrata nella nostra storia e che testimonia l'assurdità della guerra qualunque siano i motivi che l'hanno provocata.
Era il 7 novembre del 1943. Fu un vero massacro. I piloti inglesi, a volo radente, sfiorando le colline circostanti, si tuffarono nella vallata di Collatuccio e cominciarono il loro mortale carosello scaricando sul trenino della Fea stracarico di viaggiatori, quasi tutti sfollati, le raffiche delle loro micidiali mitragliatrici. Sul trenino, guidato dal popolare Luigi Leone, uno dei macchinisti "pionieri" della ferrovia elettrica inaugurata nel 1929 e assistito dal capotreno Galizio Sciarretta, non viaggiava nessun militare tedesco e sui carri merci scoperti non c'era ombra di mercanzia bellica. Dopo la prima ondata già si contavano decine di morti tra i quali il capotreno e diversi bambini ma per i piloti inglesi ciò non bastava, bisognava andare fino in fondo. E' difficile giustificarli perché da pochi metri di altezza, con la loro esperienza di mitragliamenti a bassa quota, sicuramente si saranno accorti che il convoglio era zeppo di civili inermi. Intanto il guidatore intravedeva a circa mezzo chilometro la galleria di Collatuccio che avrebbe potuto rappresentare la salvezza per la maggior parte dei passeggeri e accelerò il più possibile per imboccarla. Ma gli aerei della Raf fecero in tempo a vomitare sull'inerme convoglio altre due ondate prima che la motrice si fermasse ormai crivellata di proiettili proprio all'imbocco del tunnel. Molti viaggiatori si buttarono sulla scarpata e corsero verso la galleria; diversi furono falciati prima di raggiungere la salvezza e rimasero a terra orribilmente mutilati dalle mitragliatrici. Ormai la tragedia era compiuta. Dall'interno delle carrozze provenivano strazianti richieste di aiuto. Sangue, sangue dappertutto mentre la formazione di caccia si allontanava verso il mare. Il capotreno Francesco Icone di Pescara accorso tra i primi sul luogo della sciagura così dichiarò in una intervista raccolta da Manlio Masci 15 anni dopo l'evento: "Non posso togliermi davanti agli occhi la visione di quello spettacolo; pareva che i corpi degli uomini, delle donne, dei bambini fossero stati tagliati a pezzi e poi affastellati; il trenino grondava sangue come se ne avessero allagati i corridoi". Non si è mai saputo con precisione il numero esatto delle vittime. Conobbi personalmente il macchinista Luigi Leone,(era collega di lavoro di mio padre) e qualche volta, anche se con grande sofferenza, rievocava il terribile evento rivivendo la morte quasi istantanea del suo capotreno, i viaggiatori feriti con gli arti tranciati, alcuni bambini maciullati dalle raffiche, corpi fulminati dai proiettili sul pavimento dei vagoni.
Non appena gli aerei, esaurite le munizioni, scomparvero in direzione di Pescara, intervennero i militari tedeschi che trasportarono i feriti all'ospedale di Penne ed aiutarono i contadini locali a estrarre dal relitto del trenino numerosi cadaveri. Manlio Masci mi parlava di circa 40 vittime tra i viaggiatori. Non fu comunque possibile contare i morti perché l'unico rapporto sull'episodio fu stilato dal comando tedesco di Penne quando diverse vittime erano già state trasportate nei paesi d'origine. Alfonso Di Russo nel suo libro "Pescara e la guerra" annota 43 morti e 36 feriti mentre secondo Giovanni De Caesaris (Cronaca di Penne 1943-1944) i morti furono 20 e 10 i feriti.
A parte i freddi numeri dell'episodio bellico, il mitragliamento del trenino rappresenta comunque un atto inqualificabile compiuto dalla Raf quasi con cinica disinvoltura».
* (storico pescarese)
Nota a margine dell'autore: sessantatrè anni fa aerei inglesi mitragliarono il trenino della Fea carico di sfollati. Fu un inutile massacro di gente inerme, una macchia incancellabile per l'aviazione alleata. (Grazie alla famiglia Leone e al fotografo Achille Rasetta di Loreto Aprutino per la gentile collaborazione).