ROMA - Va all'attacco Susanna Camusso, insensibile agli appelli. Marchionne - è il ragionamento della leader Cgil - è ripetitivo, ma non ci dice le prospettive del gruppo in Italia. Deve fare chiarezza, così come ha fatto negli Usa, indicando i modelli che vuole produrre, specificando gli investimenti.
Insomma, nessuna apertura. L'atteggiamento del principale sindacato italiano non cambia, come vorrebbe invece l'amministratore delegato della Fiat. E non cambia ovviamente la posizione della Fiom, l'ala massimalista. Vogliamo vedere - dice Giorgio Cremaschi, interpretando i dubbi di molti operai - dove e se saranno investiti realmente i 20 miliardi promessi per Fabbrica Italia. «Impegni che vanno resi visibili», chiude il cerchio la Camusso. Anche il Pd, con Cesare Damiano, si schiera con chi pone questi interrogativi. E poco importa che il manager con il maglioncino blu assicuri che Torino resterà, almeno per ora, il cuore del gruppo.
Al di là degli annunci, il numero uno del Lingotto non si fa illusioni. I siluri legali contro gli accordi di Pomigliano e Mirafiori sono partiti da tempo e sono lì a dimostrare tutta l'ostilità di una fetta importante del mondo sindacale. Così come quella di una parte di Confindustria che non vede di buon occhio un possibile, anzi quasi certo, distacco della casa torinese dai contratti nazionali e quindi dall'organizzazione imprenditoriale.
La sferzata di Sergio Marchionne, con l'invito a cambiare, piace invece al ministero del Lavoro. Maurizio Sacconi condivide in pieno. E non da oggi. Del resto tutto il governo ha appoggiato l'operato dell'amministratore delegato, con la sfida dei referendum e poi gli accordi separati. Per questo fa notare che contro il manager c'è «sempre la solita minoranza». «Marchionne - afferma il ministro - chiede una posizione più favorevole dell'Italia sapendo peraltro che Governo, Regioni e sindacati riformisti hanno garantito sempre le condizioni più favorevoli. Gli si oppongono il sindacato conservatore, settori ideologizzati della magistratura e ambienti delle borghesie bancarie. Una alleanza minoritaria che in Italia più volte ha rallentato il progresso».
Replica dura Susanna Camusso a Sacconi: «mi verrebbe da dire che il ministro ha dei fantasmi nella testa e vede nemici ovunque». E Giorgio Airaudo, responsabile Auto della Fiom, non lascia spazio a margini di manovra. «Negli Usa - osserva - Marchionne ha fatto un accordo di 280 pagine, in Italia neanche un post it, ma solo qualche ministro tifoso come Sacconi che insegue il vecchio sogno craxiano del sindacato riformista. Conosciamo solo il 10% dei 20 miliardi di investimento, promesso a parole e costruito chiedendo ai lavoratori di rinunciare a diritti».
Sul fronte opposto Sergio Bonanni, numero uno della Cisl. «Marchionne ha ragione a lamentarsi, ma non bisogna essere pessimisti. Si può cambiare in meglio anche in Italia il sistema produttivo. I soggetti che hanno dato vita al nuovo sistema contrattuale hanno la capacità di adattarlo a qualsiasi realtà». Come dire che bisogna andare avanti. Il rischio, come sa bene il sindacato, è che la Fiat, senza un clima favorevole, lasci davvero l'Italia. Senza appelli o preavvisi.