ROMA - Gli uffici di rappresentanza di qualche ministero prenderanno la via del Nord. E' stato stabilito ad Arcore, durante il vertice di ieri: intorno al tavolo Silvio Berlusconi, Angelino Alfano, Giulio Tremonti, Umberto Bossi e lo stato maggiore della Lega. Obiettivo: fare il tagliando alla maggioranza dopo la batosta delle comunali e decidere se e come andare avanti con questa coalizione e questo governo. Il Cavaliere assicura che va tutto bene e che l'esecutivo durerà fino al 2013. E se Alfano, al debutto come neo-segretario del Pdl, sottolinea che il centrodestra porterà a compimento le riforme promesse, va tuttavia registrato un nulla di fatto su quello che doveva essere il piatto forte del pranzo di villa San Martino, e cioè la riforma fiscale. E' il premier che certifica lo stallo: «Vedremo quello che si può fare».
C'era molta attesa per l'appuntamento di ieri, dal momento che i leader della maggioranza si trovano ad affrontare uno degli snodi più delicati della legislatura. Lo stesso sottosegretario Gianni Letta, di solito schivo e avaro di commenti, in mattinata si era lasciato sfuggire una considerazione non banale: «La giornata si preannuncia calda, non solo dal punto di vista metereologico». In effetti, i nodi da sciogliere sono tanti: la sconfitta alle ultime elezioni amministrative (con i disastri di Milano e Napoli) ha infatti aperto il dibattito nel Pdl sulla rifondazione del partito e sulla successione a Berlusconi, facendo emergere i mal di pancia di più di una corrente; la Lega è in fibrillazione per l'emorragia di voti nelle regioni del Nord e diversi dirigenti si chiedono se sia il caso di restare ancorati al carro del Cavaliere; c'è in ballo la verifica parlamentare chiesta da Napolitano e in programma alle Camere per fine mese, con il centrodestra aggrappato agli umori dei Responsabili; bisogna varare una manovra da 40 miliardi, per quanto spalmata su tre anni, che chiederà sacrifici non indifferenti ai cittadini; c'è infine la carta che Berlusconi ha individuato per rilanciare il governo e, soprattutto, la sua leadership, e cioè la riduzione delle tasse.
Su quest'ultimo punto sembra aver prevalso la linea del rigore da sempre praticata da Tremonti. Se pressing sul ministro dell'Economia c'è stato, questo non ha portato i frutti sperati. Ecco Alfano: «E' stato riconfermato l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2014, e il fatto che tutto questo dovrà avvenire secondo i tempi previsti e secondo i vincoli che l'Unione Europea ci assegna». Il neo-segretario non è entrato nello specifico dei provvedimenti: «Abbiamo avuto un discorso di ordine generale e non era questa la sede in cui parlare in dettaglio, ma ciò che importa politicamente è che si è ulteriormente rafforzata la volontà di andare avanti». Berlusconi fa sapere che sul tema del fisco c'è accordo con Bossi e Tremonti, ma non si spinge oltre. Tutt'altro, si mostra più che prudente: «La riforma fiscale è programmata, poi vedremo cosa si potrà fare. Noi vogliamo tagliare le tasse, bisogna vedere se le condizioni lo consentono».
Berlusconi e Alfano raccontano che il vertice non ha affrontato il tema del rimpasto di governo (dunque, stando alle dichiarazioni ufficiali, non si è parlato di vicepremier da assegnare eventualmente alla Lega e neppure del sostituto dello stesso Alfano al ministero della Giustizia), così come non è stata toccata la questione del candidato del centrodestra a palazzo Chigi per le prossime elezioni. Il Cavaliere e il segretario hanno ribadito che il rapporto tra Pdl e Carroccio gode di ottima salute e che il governo andrà avanti portando a termine le riforme promesse.
L'unica vera novità, dunque, sarebbe quella dello spostamento in alcune città del Nord di uffici di rappresentanza di ministeri «altamente operativi», come raccontano esponenti della maggioranza. I dicasteri interessati sarebbero quello delle Riforme e quello della Semplificazione, guidati rispettivamente da Bossi e dal suo luogotenente Roberto Calderoli. Un risultato che, qualora fosse ottenuto, consentirebbe al Senatùr di presentarsi al raduno di Pontida il 19 giugno con un argomento che possa galvanizzare una base piuttosto demotivata. Ma questo non è sufficiente. Il Carroccio non è per nulla soddisfatto dell'esito del vertice. Tanto è vero che al termine di una lunga riunione tra Bossi e i suoi nella sede di via Bellerio a Milano, nessuno si è azzardato a dire una parola.
Altolà di Alemanno: uno spreco. Polverini: Roma sede naturale. Il Pd parla di Capitale umiliata e di resa del sindaco al Senatùr. Il Pdl: falso
ROMA - Né uffici decentrati né tantomeno veri e propri rami dei ministeri. Trasferire l'amministrazione centrale dello Stato via da Roma era e resta inaccettabile e contrario alla stessa Costituzione. Così, a tarda sera, di fronte agli esiti del vertice di Arcore tra il presidente del Consiglio e lo stato maggiore della Lega, opposizioni e vertici romani del Pdl dicono chiaro e tondo no all'ultima proposta del cosiddetto asse del Nord. Gianni Alemanno, in visita a Washington, informato della vicenda, dapprima non chiude con nettezza. «Se si tratta di uffici decentrati di ministeri che restano a Roma non c'è problema, e non sarebbe nemmeno una straordinaria novità», risponde ai cronisti a margine di un incontro al German Marshall Fund. «L'importante è che la sede dei ministeri e la loro titolarità restino a Roma. Questo è strettamente vincolato alla realtà della nostra Capitale e potrebbe essere rimesso in discussione con un voto parlamentare se non addirittura con una legge costituzionale». Parole che, appunto, lascerebbero aperto uno spiraglio alle istanze lùmbard, ma che a stretto giro il sindaco precisa meglio. «Sono comunque contrario anche all'apertura di soli uffici di rappresentanza al Nord perché questo comporterebbe nuovi costi per la macchina amministrativa». «Ha ragione il sindaco Alemanno, che riafferma la piena titolarità di Roma Capitale a essere luogo deputato ad ospitare le sedi e le funzioni dello Stato, nel pieno rispetto del suo status costituzionale», plaude Domenico Gramazio. «I ministeri non si toccano, al di là di qualunque polemica e strumentalizzazione di parte. Questa è la realtà dei fatti: il sindaco ancora una volta difende Roma e ha fatto bene a ribadirlo senza se e senza ma». Non meno lapidaria Renata Polverini, a sua volta a New York per una serie di incontri. «Occorre fare chiarezza su questo presunto accordo», dice raggiunta per telefono, subito prima di immergersi in una conferenza. «La sede naturale dei ministeri è e resta la Capitale. Come più volte ho avuto modo di ribadire non c'è alcuna ragione, né politica né amministrativa, per procedere a trasferimenti, si trattasse pure di uffici di rappresentanza, che avrebbero solo ripercussioni negative sui lavoratori e sull'operatività dei dicasteri stessi».
Ben più critica la sinistra, che accusa Alemanno e più in generale il Pdl romano di essersi in realtà, al di là delle dichiarazioni pubbliche, inchinati alla politica nordista della Lega. «Il Pd continuerà a battersi affinché il ruolo di Roma Capitale non venga umiliato da questi accordi tra il Pdl di Alemanno e la Lega di Bossi», promette in nota il segretario romano del Partito democratico, Marco Miccoli. Controreplica del partito del sindaco. «Inizia ad essere francamente stucchevole il ricorso sistematico alla menzogna pur di screditare il sindaco Alemanno», dice il vicecoordinatore romano del Pdl Marco Di Cosimo. «Sulla questione ministeri, il sindaco è stato chiarissimo», sostiene; «il Pd abbia la creanza di spiegarci cosa c'è di poco chiaro nelle sue parole. Oppure, se non è in grado di fornire questi elementari chiarimenti, almeno si astenga dal dire le solite bugie».