Nell'udienza del processo per le presunte tangenti nei grandi appalti al Comune di Pescara, che vede principale protagonista l'ex sindaco Luciano D'Alfonso, il collegio difensivo incassa un altro punto prezioso, se si pensa che i testi sentiti fino ad oggi sono tutti quelli dell'accusa. D'Alfonso, intanto, vede indebolirsi anche l'ultima concussione (tre le aveva già cancellate il gup nel rinvio a giudizio), quella legata alle collaborazioni con alcune ditte da lui conosciute, trovate dall'ex sindaco per aiutare il giornalista Di Miero. Antonio Monaco, direttore della Soget, ieri è stato chiaro. «Per me Di Miero non era un ragazzino, ma una persona con una certa professionalità, presentata da D'Alfonso: una persona affidabile. In quel periodo, peraltro, volevo fare un giornalino aziendale, visto quello che usciva sulla stampa per le cartelle pazze. Lo volevo contattare per quel motivo, ma non ci riuscii. Si, è vero, pagai quella fattura di 3000 euro prima di ricevere la prestazione, ma lui voleva essere pagato subito».
Ma i veri protagonisti dell'udienza di ieri sono stati due: il sostituto commissario della polizia Camerano (ascoltato per oltre quattro ore) e la polizia postale, chiamata in causa da quest'ultimo nei momenti di incertezza, sotto la pressione delle domande della difesa. La prossima udienza del 20 giugno vedrà sul banco dei testimoni proprio l'ispettore Davide Zaccone, ex Polpost, attualmente comandante della Polfer, cui il tribunale dedicherà l'intera mattinata: e parliamo della stessa polizia postale finita nel mirino del presidente Di Carlo, che la scorsa udienza fece trasmettere l'interrogatorio di Di Miero in procura in quanto il teste aveva denunciato pressioni da parte della polpost. Camerano, invece, fino a quando ha risposto alle domande del Pm, è andato avanti spedito, ma quando la difesa è passata al controesame, si è fatto più cauto, precisando spesso «di questo si è occupata la polizia postale, io mi sono limitato a leggere le determine». A carico del sindaco ha riferito alcuni dettagli patrimoniali: dai conti correnti fermi, senza uscite di denaro per diversi mesi, tra il 2004 al 2006, agli acquisti in contanti, una moto pagata 6500 euro e un acconto di 13000 per un'automobile.
Altri episodi sembrano invece favorire l'ex primo cittadino. Uno è la deposizione del consulente del Pm che si occupò dei lavori nella villa di D'Alfonso a Lettomanoppello, che per due volte ha citato i cinque bagni della villa (che non ci sono) e non è stato in grado di rispondere ad alcune domande elementari poste dell'avvocato Milia. L'altro è lo scivolone del teste sulla Nave di Cascella. Quando ha parlato dello «sdoppiamento illegittimo» di fornitura e posa in opera per avvantaggiare la ditta Cardinale, la stessa dei lavori in villa. Salvo poi dover ammettere che la fornitura era della società dello scultore Cascella (Arsmarmi) mentre la posa in opera era di competenza di Cardinale: tutto scritto in delibera. Così come la difesa ha avuto la meglio su un passaggio confuso sui debiti della Margherita che il tesoriere inviò per lettera (il 25 ottobre del 2007) a D'Alfonso. «Ma lei sa quando D'Alfonso diventò segretario regionale del Pd?», chiede Milia: «Non lo ricordo», risponde il teste. «Dieci giorni prima di quella lettera che non poteva che essere spedita a D'Alfonso», conclude Milia. Ma anche sul pagamento di un pranzo tenuto in un albergo di Roma da Europa prossima, la fondazione del sindaco, e pagato secondo l'accusa da Alfonso Toto con una carta di credito, il teste dell'accusa non ha saputo rispondere al difensore La Morgia che lo incalzava per sapere se fosse stato accertato chi effettivamente pagò quel pranzo: se qualcuno fece riscontri sull'addebito sulla carta.