L'Atac va salvata, «mantenendo i livelli occupazionali e senza privatizzazioni». Il consiglio comunale, al termine della seduta di giovedì sera, ha in sostanza confermato la linea mantenuta da tutte le ultime amministrazioni. Che, però, non ha evitato all'azienda che gestisce il trasporto pubblico romano di accumulare debiti su debiti. Tanto che, mentre il Campidoglio continua a possedere in toto la più grande azienda della Capitale (12.600 dipendenti), si rivolge al mercato per salvarne i conti, perennemente in rosso. Situazione simile per l'Ama (la società che si occupa del ciclo dei rifiuti), mentre tra le aziende partecipate spiccano gli utili dell'Acea (servizi idrici, dell'energia e per l'ambiente), di cui l'amministrazione possiede il 51 per cento e in cui i privati svolgono un ruolo importante.
A proposito dei trasporti una delle principali delibere collegate al bilancio di previsione 2011 del Comune prevede la «valorizzazione» (leggasi cessione) di quindici immobili attualmente di proprietà della società Atac Patrimonio, tra cui i due storici ex depositi di piazza Bainsizza e piazza Ragusa, oltre ad altre rimesse dei mezzi pubblici e a complessi di uffici. Un provvedimento sul quale, peraltro, ci sono già i primi distinguo all'interno della maggioranza di centrodestra.
Ma per l'azienda di tram e bus, così come per l'Ama (l'altra grande municipalizzata romana, i numeri parlano chiaro: dal deficit della gestione 2010, pari a circa 125 milioni di euro, all'esposizione finanziaria che appesantisce l'azienda, spingendola verso il fondo. Molto pesante è la situazione debitoria: 350 milioni di euro a breve nei confronti del sistema bancario, 275 verso i fornitori. Tanto che anche l'assessore capitolino al bilancio Carmine Lamanda ha lanciato l'allarme su un deficit che sta erodendo il capitale sociale.
Ma il vero problema dell'Atac, certificato anche dal piano industriale ipotizzato dall'ex amministratore delegato Maurizio Basile, rimane la difficoltà d'incasso dagli enti locali: Atac rivendica qualcosa come 400 milioni di crediti, di cui 200 relativi ai rinnovi del contratto collettivo nazionale di lavoro. Una situazione inevitabile? Niente affatto. Qualsiasi confronto tra il modello del trasporto pubblico romano e quello di altre capitali europee vedrebbe l'Atac soccombere. A Parigi, tanto per fare un esempio di grandezze compatibili, i ricavi di mercato della locale Ratp sono doppi, la redditività è 4 volte superiore, la dipendenza dai contributi pubblici largamente inferiore (45,1 per cento contro 68,4). Nel 2010, infine, gli investimenti dell'Atac assommano complessivamente 75 milioni di euro.
La situazione non è tanto diversa all'Ama, altra società di proprietà al 100 per cento del Campidoglio. Qui, dopo anni di deficit profondi (il 2008 si era chiuso con una perdita di 257 milioni) il 2010 si è chiuso con un piccolo utile, in crescita nel primo trimestre di quest'anno, e con 40 milioni di investimenti. Ma i problemi qui si chiamano debito: l'azienda è oberata da un rosso di 630 milioni, accumulatosi negli anni. Ciò nonostante che l'amministrazione capitolina, a fine 2009, abbia deliberato la cessione a titolo gratuito del Centro carni proprio all'Ama, consentendole di accrescere di 92 milioni il proprio capitale. E quest'anno la tariffa rifiuti a carico dei romani crescerà di circa il 12 per cento, in gran parte a causa della reintroduzione dell'Iva, che va a smascherare l'aumento reale applicato nel 2010.
Su entrambe le aziende pesano anni, se non decenni, di gestione perennemente in passivo. Ma anche il recente passato non ha contribuito a migliorare la situazione, a partire dallo scandalo di Parentopoli. Fabrizio Panecaldo, consigliere comunale Pd, ha valutato in 600 milioni di euro il costo complessivo delle assunzioni a chiamata diretta all'Atac. E Donato Robilotta, coordinatore dei Socialisti riformisti del Pdl, ha sottolineato come «sia assolutamente necessario privatizzare l'azienda: lasciarla in mano alla politica l'ha trasformata in un carrozzone, venderla ai privati la renderebbe realmente efficiente, non scaricando i debiti sui cittadini».
L'azienda partecipata dal Campidoglio che vanta i risultati migliori nel periodo più recente è l'Acea, dove Palazzo Senatorio possiede il 51 per cento del pacchetto azionario. L'utile netto consolidato, nel 2010, è stato di 92,1 milioni, a fronte della perdita di 52,6 milioni registrata nel 2009. L'indebitamento è stabile a quota 2,204 miliardi (accumulato negli anni in cui la società era interamente pubblica). Gli investimenti del gruppo sono stati pari a 473,2 milioni. Una bella inversione di rotta, dunque, con l'ingresso dei privati.