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Pescara, 14/04/2026
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Data: 11/06/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Verso i referendum del 12 e 13 giugno - «Chi vota per il referendum deve sapere quali sono i rischi». I casi Atac e Ama

«Le funzioni pubbliche devono essere esercitate dalla parte pubblica, ma l'impresa deve fare l'impresa»: parola di Adolfo Spaziani, direttore generale di Federutility, l'associazione di categoria che riunisce le imprese del settore gas-elettricità-acqua di derivazione municipale, e che rappresenta quindi operatori pubblici e privati.
A Roma due municipalizzate pubbliche, come Atac e Ama, non riescono a tirarsi fuori da posizioni debitorie pesanti. Anzi, nel caso di Atac, si continua a imbarcare deficit. E Acea con i privati invece si distingue per efficienza e sana gestione. Che vuol dire?
«Vuol dire che quando si vive di finanza pubblica viene compressa la capacità imprenditoriale. Quando invece ognuno fa il suo mestiere spunta l'eccellenza economica e tecnica. Lo dimostrano a Roma Acea, a Torino Smat, a Milano l'azienda metropolitana. Il problema è quello di riportare ciascuno a fare il suo mestiere, che non significa escludere il ruolo del pubblico, tutt'altro. La tutela degli interessi collettivi, la fissazione delle tariffe devono toccare a un'autorità indipendente».
Quindi gestione privata e controllo pubblico?
«Non è un dogma di fede. Ci sono anche imprese pubbliche efficienti e private messe male. Però, l'impresa deve fare l'impresa e la tutela delle garanzie pubbliche deve essere esercitata dallo Stato, dagli enti locali e soprattutto, nel caso di servizi pubblici, da un'autorità centrale indipendente. Poiché il pubblico è un valore per tutti».
Adesso il referendum sull'acqua in che misura può modificare gli attuali equilibri pubblico-privati?
«In maniera purtroppo decisiva. Nessuna impresa investe se non ci sono le condizioni. Il primo quesito referendario, qualora passassero i sì, ci riporterebbe alla normativa comunitaria che consente l'affidamento diretto pubblico alle società in house. Questo affievolirebbe la capacità concorrenziale delle imprese. Ma la conseguenza più grave si avrebbe con il sì al secondo quesito».
Cioè quello sulla remunerazione del capitale investito?
«Sì, rischiamo di troncare la possibilità di accesso a finanziamenti per raggiungere i famosi 64 miliardi di investimenti di cui c'è bisogno per realizzare infrastrutture idriche del Paese, specie nella depurazione. Ipotizzare che sia possibile finanziare queste opere attraverso la fiscalità generale o attraverso finanziamenti in conto capitale, come fanno i sostenitori del sì, è distorsivo. Oggi le finanze pubbliche finanziano appena l'11 per cento degli investimenti necessari. C'è bisogno che il capitale investito venga remunerato. Ed è altrettanto distorsivo dire che chi difende l'attuale normativa vuol garantire alle aziende una rendita certa del 7 per cento. Non è così, poiché questa adeguata remunerazione del capitale investito copre tutto ciò che serve per ottenere i finanziamenti, cioè la dotazione dei fondi per l'acquisto di macchine, i rischi del credito e quelli ambientali. Un'impresa che non potesse ipotizzare la possibilità di recuperare neppure il capitale investito finirà per allocare i suoi capitali in altri settori. Così, mentre l'Europa ci chiede un'accelerazione sugli investimenti, noi rischiamo di trovarci nell'impossibilità di reperire risorse. Per capirlo basta mettersi nella posizione di chi deve garantire il credito ai finanziamenti, e non dico solo di banche private, ma anche di una Cassa depositi e prestiti che raccoglie e investe il risparmio dei cittadini. Perché dovrebbe farlo se manca una remunerazione all'investimento? Questo referendum può colpire davvero tutti, anche e soprattutto quelle imprese pubbliche che si dice di voler salvaguardare».
Un motivo per non votare?
«I cittadini possono scegliere ciò che vogliono, ma devono sapere che la posta in gioco è questa».

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