PESCARA. In pausa sigaretta Filippo Piccone riflette: «Un partito come il nostro, con una forte leadership nazionale, è chiaro che in periferia soffre, perché a livello locale non tutti l'accettano. E ci si divide. E' per questo che occorre più democrazia. Serve una riforma del partito, serve fare i congressi e le primarie. Ci vuole uno scatto in avanti».
Il coordinatore regionale del Pdl ha parlato a lungo aprendo la direzione regionale del partito all'SHotel di Dragonara. Le porte della sala convegni sono aperte. Per il caldo soprattutto, ma anche perché nessuno qui ha in programma colpi di mano, richieste di punizioni esemplari, verifiche, rimpasti indifferibili.
La riunione è tranquilla, «qualche vena di nervosismo per il risultato nei Comuni», ammette Piccone, ma a tratti si arriva a sfiorare la noia. Se ne fa interprete l'onorevole Paola Pelino, elegante come sempre nel ciclamino pastello del vestito, che per prima guadagna l'uscita mentre parla il vicecoordinatore Fabrizio Di Stefano. Al quale tocca spiegare la sconfitta di Lanciano, persa dopo dieci anni di onorevole governo berlusconiano a guida Filippo Paolini, e la debacle di Francavilla in presenza di una sinistra uscita dall'esperienza amministrativa divisa e confusa come poche volte.
«Ma che ci può fare il coordinamento regionale se le divisioni non sono politiche ma di carattere?» dice ai suoi Di Stefano. Insomma, sarebbe stato inutile tenere più fermo il polso del partito, come autocriticamente ammette Piccone. «Ma le divisioni erano personali, per-so-na-li», scandisce Di Stefano. Mauro Febbo, il coordinatore provinciale, annuisce mentre scansa il calice delle dimissioni. Il partito non gli chiede passi indietro. Non in questa occasione. «Toccare i vertici sarebbe un ulteriore motivo di divisione. Ci spaccheremmo di più», spiega Piccone tirando l'ultima profonda boccata di fumo. Consolatoria è l'analisi di Gianni Chiodi, per il quale la forza dell'elettorato resta, perché, per esempio, «il 60% degli elettori di Lanciano è di centrodestra», e le storie del voto sono storie locali, a sè.
«Se non ci fossimo divisi, Lanciano, Vasto e Francavilla sarebbero state nostre», rimarca Piccone, «con le primarie questi problemi potranno essere superati».
Nel partito sembra tutti convinti dello strumento brevettato dal Pd. Qualche perplessità sulle modalità organizzative, ma si ritiene impensabile scansarle dopo quello che è successo nella lotteria dei candidati. Al momento le primarie sono previste per le cariche che prevedono l'elezione diretta: sindaco, presidente di provincia e presidente di Regione. «Poi dipenderà dalla legge elettorale», dice Piccone, «se tornassero i collegi uninominali potremmo pensare anche a primarie per il parlamento».
Aspettandole, già da subito si aprirà la stagione dei congressi. Il tempo di permettere al segretario Angelino Alfano di insediarsi il 1º luglio. Si partirà dai congressi cittadini («Il partito va costruito dal basso», ricorda l'alemanniano Salvatore Santangelo), per seguire con i congressi provinciali e quello regionale entro la fine dell'anno. Fumata nera invece sul rimpasto in giunta regionale. Anzi, non se n'è parlato affatto. Queste sono decisioni da prendere attorno al caminetto (meglio se romano). E poi mancavano i più interessati: Simonetta Verì e Nicola Argirò (area Forza del Sud), assenti giustificati. C'era però Emilio Nasuti (oggi nel gruppo misto del Consiglio regionale dopo una parentesi finiana), ansioso di riprendere il posto nel partito. «Il Pdl è la sua casa», dice l'ecumenico Piccone.