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Pescara, 14/04/2026
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Data: 12/06/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Atac e Ama fallimento del pubblico i servizi più efficienti con i privati» Regina: «Ecco perché è un rischio votare al referendum sull'acqua»

«Il sì ai due referendum sull'acqua è un sì alle piccole e grandi forme di monopolio dei Comuni che hanno portato la maggior parte delle aziende municipalizzate a un sovradimensionamento degli organici, un'organizzazione del personale troppo permissiva e alla lottizzazione dei posti di lavoro. Senza garantire servizi efficienti e tariffe migliori». Sintetizza così la sua posizione Aurelio Regina, presidente di Unindustria (la associazione delle confindustrie di Roma, Frosinone, Viterbo e Rieti) e numero uno di manifatture sigaro Toscano, che interviene, alla vigilia del referendum, sul delicato tema delle società di servizi pubblici.
Regina, qual è il suo giudizio sugli ultimi 15 anni delle aziende di servizi pubblici di Roma?«La situazione della Capitale non è poi così differente da quella dell'intero Paese. Proprio di recente la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha diffuso dei dati secondo i quali i quattro quinti delle società di servizi pubblici gestite dai Comuni sono in perdita. E questi pessimi risultati attraversano i singoli governi e le singole amministrazioni. Perché le società di servizi pubblici non hanno quasi mai garantito efficienza e soprattutto una gestione sana, sotto il profilo finanziario e dei servizi stessi».
L'Atac e l'Ama per esempio?
«L'Atac ha sempre sofferto strutturalmente a causa della scarsa rete delle metropolitane nella Capitale anche se ultimamente si sta cercando di porre concreti rimedi. L'Atac è l'esempio lampante delle forme di rendita di monopolio dei Comuni che hanno portato al sovradimensionamento degli organici, a un'organizzazione del lavoro permissiva perché troppo concertata con le organizzazioni sindacali, a livelli salariali superiori a quelli in vigore nella concorrenza e, non ultimo, alla lottizzazione dei posti di lavoro, non solo in quelli dei consigli di amministrazione. Tutti fattori che hanno contribuito a tenere molto alti i costi di produzione dei servizi. Confido molto, però, nel nuovo management dell'Atac che sarà in grado di migliorare la situazione. Per i rifiuti la situazione è anche più complessa».
Un esempio?
«Il sistema politico a Roma in questi 15 anni non ha mai permesso di adeguare le tariffe del trasporto pubblico che sono senz'altro al di sotto di quelle delle altre capitali europee. Nessun sindaco ha voluto mettere la faccia su un aumento che era necessario per una sana gestione finanziaria e per garantire sviluppo e maggiore qualità».
Ma non è sempre così, l'Acea è in utile.
«Infatti. Rispetto ai cattivi risultati di Atac e Ama, Acea è la conferma dell'importanza dei partner privati. In Acea il Comune resta il proprietario (con il 51%) ma è stato previsto un socio di minoranza privato, selezionato dal mercato, che svolge funzioni di efficientamento della gestione. Cioè miglioramento della qualità dei servizi e contenimento delle tariffe».
Ma c'è chi teme che le società di servizi pubblici con i privati rispondano solo alla legge degli utili.
«La politica si è interessata solo di difendere gli orticelli di monopolio locale invece di regolamentare il settore. È una scelleratezza politica aver strumentalizzato questi referendum con il solo obiettivo di indebolire il governo perdendo, invece, una grande occasione di sviluppo per i Comuni. Per l'acqua bisogna creare una nuova authority o dare le stesse funzioni all'authority già esistente dell'energia e del gas. Bisogna tornare ognuno a fare il proprio lavoro»
Si spieghi meglio.
«Il privato deve investire, gestire, migliorando la qualità e riducendo gli sprechi. Il pubblico deve controllare e tutelare i consumatori».
Quindi, qual è secondo lei il rischio in caso di vittoria dei «sì» nei due quesiti del referendum sull'acqua?
«Dietro alla bandiera dell'acqua pubblica si punta a tornare - non solo nel servizio idrico ma anche in quello dei rifiuti e dei trasporti - a una mera gestione diretta dei servizi da parte dei Comuni. Niente confronto concorrenziale tra imprese che invece si candidano ad offrire ai Comuni le condizioni migliori di costo, di tariffe e di qualità dei servizio».
È preoccupato?
«Se ci sarà il quorum sui referendum dell'acqua torneremo indietro nel tempo e perderemo l'unico vero grande progetto di liberalizzazione che avrebbe potuto avviare quella scossa di gestione e di competizione sui territori di cui abbiamo grandissimo bisogno».
Cosa significherebbe per Roma?
«Noi ci auguriamo che il fallimento dei referendum possa avviare una maggiore gestione mista dove il privato si occupa dell'efficientamento, mentre il pubblico controlla la qualità; dove il privato si assume l'onere degli investimenti a fronte di un ente locale che con grande difficoltà riesce a farlo».
Insomma Roma si salva solo con l'immissione di capitali privati?
«La grande spinta di un Comune dovrebbe essere quella di avere tutte le aziende pubbliche di servizio in attivo, in maniera tale da poter trasferire quei dividendi anche su altre iniziative che non hanno ritorni. Mi riferisco soprattutto a quelle del welfare (la scuola, aiuti alle famiglie) e che oggi vengono messe a rischio proprio per la mancanza di risorse economiche».
L'alternativa?
«L'alternativa all'allargamento ai privati della gestione delle società è l'aumento delle tasse. E questo non è più sostenibile».
Il suo quindi è un appello all'astensionismo?
«Il mio è soltanto un ragionamento: a causa delle elezioni amministrative e per motivi di tempo, è mancata una adeguata informazione sui quesiti referendari. Mi auguro comunque che prevalga l'idea di un'Italia e di una Capitale moderna che possano sfruttare al meglio gli investimenti privati. Questo referendum, come ha detto Franco Bassanini proprio sulle pagine del Messaggero, punta a liquidare i tentativi che erano stati avviati dai governi di centrosinistra e che erano stati ripresi nell'unico, serio provvedimento di liberalizzazione varato dal governo attuale. Ovvero un progetto per superare forme di gestione pubblica dei servizi ormai finite in un drammatico fallimento».

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