In Abruzzo il ciclo idrico è interamente pubblico. Pochi gli investimenti, perdite di fatturato che superano il 60%
Il modello è quello inglese con un'Autorità di indirizzo e controllo
PESCARA. Ora che l'entusiasmo lascia il posto a una più pacata e appagata riflessione, si può anche dire che l'acqua pubblica, votata a valanga dagli abruzzesi, può voler dire servizio inefficiente, cartelle pazze e turbopolitica. Negli anni scorsi si è dibattuto molto, tra Pianella, Bolognano, Pescara, sul partito dell'acqua. E si sono fatti nomi e cognomi oggi consegnati alla memoria degli storici.
La verità è che il partito dell'acqua ha una sola bandiera: quella dei sindaci, di centro, di sinistra, di destra, che nella gestione dell'acqua hanno fatto da padrone e sotto, da controllori e controllati, da pagatori e riscossori, attraverso gli Ato (Ambiti territoriali ottimali), le società di gestione del servizio (Spa controllate dai Comuni) e le società di patrimonio proprietarie delle reti, spesso in lite tra di loro. E' il caso del Cam, la società che gestisce il servizio nella Marsica, da 5 anni in contenzioso col comune di Avezzano al quale deve 1 milione e 300mila euro. E' il caso della Sasi, la società di gestione dell'Ato Chietino, portata in tribunale dall'Isi, la società di patrimonio presieduta dall'Udc Patrizio D'Ercole, che rifiuta di fondersi con la Sasi, secondo quanto prevederebbe la legge. Questo sistema di gestione dal basso va esaurendosi con la riforma iniziata dall'assessore regionale Mimmo Srour nel 2007 (che ha portato gli Ato da sei a quattro) e alla quale oggi stanno lavorando l'assessore regionale Angelo Di Paolo e il commissario Pierluigi Caputi (vedi box). Ma è una gestione che offre resistenze tenaci alla riforma, fatica a modernizzarsi e letteralmente fa acqua da tutte le parti.
Secondo la relazione al Parlamento della Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche, la media dell'acqua immessa nelle tubature e dispersa in Italia è del 38%, ma in Abruzzo si arriva anche al 69% nel vecchio Ato Peligno Sangro (penultimo posto in Italia superato solo dall'Ato di Verbano) che su 14 milioni di metri cubi immessi nelle tubature riesce a fatturarne solo 4,3 milioni (il dato è del 2009). L'Ato pescarese ne perde il 64%, l'Ato teramano il 60%.
La percentuale non inganni. Lì non viene calcolata solo la quota di acqua dispersa dai tubi rotti, ma anche le perdite di fatturato dovute all'incapacità delle società di gestione di emettere bollette e farsi pagare l'acqua dagli utenti. Ci sono interi territori in Abruzzo senza contatori (una parte della Marsica), dove la bolletta quando c'è è forfettaria, e dunque chi consuma 100 paga come chi consuma 10.
Eppure l'Ato sembrava un passo avanti rispetto alle precedenti gestioni, frammentarie e inefficienti dei Comuni. Gli Ato hanno però riprodotto in scala più vasta i problemi dei Comuni. E in Abruzzo hanno accuratamente evitato di aprirsi al mercato. Nella regione non ci sono Ato che si sono affidati a privati o a società miste per la gestione del servizio idrico. Tutte hanno scelto la forma "in house", cioè società controllate totalmente dal pubblico. Poiché però queste società sono Spa, società per azioni, sono sottratte anche «a ogni forma di indirizzo e di controllo» da parte della Regione, come ha avuto modo di scrivere rammaricandosene il commissario Caputi, perché rispondono solo al codice civile. Da qui la difficoltà di portare in porto la riforma. Che in Abruzzo si rifà all'esperienza anglosassone delle Water Authorities: una sola Ato, che si strutturi come una forte Autorità indipendente «cui attribuire poteri di programmazione degli interventi, di determinazione della tariffa e di verifica della sua corretta applicazione, di controllo del raggiungimento dei livelli di servizio che il gestore deve assicurare all'utente». Tutte cose di cui c'è necessità impellente. Perché dai monitoraggi effettuati dalla Regione, tutte o quasi le gestioni esaminate presentano bassa redditività e perdite d'esercizio.
Le ragioni? Secondo l'ufficio del commissario Caputi dipendono «dalle politiche insufficienti di efficientamento da parte dei soggetti gestori, in particolare per quanto riguarda il costo del personale», e dalla «sovrastima dei ricavi o più in generale dalla incoerenza dei dati di previsione economico-finanziaria». Questo vuol dire una sola cosa. E preoccupante. Se il sistema idrico abruzzese vuole diventare efficiente, equo e redditizio, deve investire molto nelle reti, e prima o poi dovrà adeguare in maniera congrua la tariffa.