ROMA Tempi rapidi in cambio di investimenti certi. Non esiste una terza via. La sostanza del vertice dell'altra mattina tra Sergio Marchionne, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti è tutta qui. Fiat sollecita una definizione celere della questione sulla rappresentanza per poter dare esigibilità agli accordi presenti (Pomigliano, Mirafiori, ex Bertone) e futuri (Cassino, Atessa) e, conseguentemente, per poter realizzare il progetto Fabbrica Italia. I contratti che si firmano dovranno avere legittimità per essere rispettati. Da qui l'esigenza di procedere ad una tempestiva riforma del sistema della rappresentanza sindacale.
Il tavolo sul tema specifico verrà aperto venerdì mattina nella foresteria di Confindustria. Cioè in casa di Emma Marcegaglia. Sarà una trattativa non stop, proprio perché tutti i protagonisti del negoziato hanno necessità di uscire in fretta dall'attuale stallo: Cisl e Uil per dare concretezza agli accordi sottoscritti; la Cgil per individuare un assetto che le permetta di restare in partita senza rompere con la Fiom; Confindustria per tentare di evitare la più che probabile separazione del Lingotto. Se un accordo non verrà individuato, le parti saranno costrette a prenderne atto ed a quel punto l'unica via d'uscita sarebbe il «trasferimento» dell'intero pacchetto al governo che lo inserirebbe nella manovra sotto forma di disegno di legge.
Fiat ha la stessa fretta degli altri. Anzi, di più: Marchionne non ama i traccheggiamenti negoziali, i riti della politica sindacale, ma vuole che gli stabilimenti lavorino senza turbolenze. Per questo è essenziale un contratto Fiat, che non faccia più riferimento alle regole dettate da Federmeccanica e da Confindustria. Ed è pronto ad uscire da tutte e due le organizzazioni. Oltre tutto c'è la necessità di unificare le norme contrattuali: a Pomigliano, Mirafiori ed ex Bertone saranno applicate quelle nuove di zecca concordate con Cisl, Uil, Fismic, Ugl, mentre a Cassino e alla Sevel vigeranno le vecchie, quelle scritte nel contratto dei metalmeccanici. Insomma, per il top manager del Lingotto, urge uscire dal vicolo cieco della contrattazione e l'unica strada è quella di una definizione di regole certe sulla rappresentanza. Cisl e Uil vorrebbero concordare un avviso comune prima procedere ad una legge di sostegno; la Cgil chiede una legge che preveda anche il ricorso al referendum (con tanto di sbarramento) per la ratifica degli accordi; Confindustria spinge per accordi aziendali, supportati da una legge.
Sullo sfondo, tanto per ingarbugliare ulteriormente il quadro, la questione giudiziaria. Domani a Torino prima udienza sulla richiesta Fiom di cancellazione della newco di Pomigliano. La questione potrebbe andare avanti per mesi, un tempo che Fiat comunque non può aspettare. L'uscita da Confindustria, invece, le darebbe mano libera e - sembrerà un paradosso - starebbe proprio a dimostrare che il Lingotto in Italia intende effettivamente restare senza trasferire armi e bagagli all'estero. Altrimenti sarebbe abbastanza facile spiegare che sono state le ferree regole dell'associazionismo imprenditoriale e forse una magistratura del lavoro fin troppo severa a spingere il gruppo ad emigrare.