ROMA - «Serve un quadro normativo certo per rilanciare le infrastrutture e combattere mafia e corruzione». Vincenzo Bonifati, vice presidente dell'Ance, l'associazione nazionale dei costruttori, è preoccupato. Non solo perché la confusione legislativa contribuisce a bloccare lo sviluppo del settore, creando incertezza. Ma anche e soprattutto perché - spiega il costruttore al Messaggero - agli annunci del governo, alle buone intenzioni non seguono spesso i fatti.
Il convegno della Fondazione LabPa ha messo in luce che per dare sprint alle infrastrutture e creare lavoro sono necessarie le tre «C», cioè crescita, concorrenza e lotta alla corruzione. Di cosa ha bisogno il comparto per ripartire?
«Di semplificazione legislativa prima di tutto. E questo significa un maggiore coordinamento tra i ministeri. E poi piani e risorse certe per lo sviluppo. Il Fondo Fas, tanto per fare un esempio, non può essere utilizzato come un bancomat: una volta per far fronte ad una emergenza, un'altra per spesare l'Ici. Ci aspettiamo fatti concreti, non solo annunci. L'Italia sta perdendo terreno».
E che siamo indietro lo hanno certificato un po' tutti: dalla Banca d'Italia all'Ocse, al Fmi...
«Le infrastrutture sono considerate una precondizione per la crescita di un Paese. Chi non investe su questo fronte resta fuori. E noi abbiamo la metà della rete autostradale rispetto alla Germania o alla Spagna, meno porti e metropolitane. Complessivamente dal 2009 al 2011 le risorse per le nuove infrastrutture si sono ridotte del 34 per cento. Un fatto estremamente negativo».
Servono nuove risorse finanziarie ma non solo?
«I privati sono pronti a fare la propria parte, ad investire, come hanno sempre fatto, ma a patto che ci sia un quadro trasparente di regole, con tempi e costi certi per realizzare le opere. E una lotta senza quartiere alla corruzione e alla mafie».
Che, tra l'altro, distorcono il mercato.
«Lavoriamo ostacolati da norme spesso contraddittorie. Che invece di bloccare le infiltrazioni mafiose, come chiediamo, alimentano confusione».
Cosa bisognerebbe fare?
«Consideriamo la cosiddetta "white list". Una lista, redatta e aggiornata dalle Prefetture, in cui indicare le imprese alle quali i costruttori possono far riferimento. Penso all'esercizio delle attività di cava, alle forniture di calcestruzzo, allo smaltimento rifiuti, alle discariche. Settori in cui serve la massima trasparenza e che spesso sono infiltrati da cosche criminali. Ma ad oggi l'iscrizione in tali elenchi non è obbligatoria. Nel recente decreto Sviluppo è stato fatto un passo avanti, con l'estensione della white list a tutti gli appalti pubblici e a tutto il territorio italiano. Tuttavia la formulazione proposta è troppo generica e indeterminata, rischiando di risultare inefficace. Mi auguro che in sede di conversione del decreto si faccia chiarezza. Solo così sarà possibile bonificare una parte consistente del mercato e garantire un rapporto sano tra imprese e pubblica amministrazione».