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Data: 22/06/2011
Testata giornalistica: Il Centro
Berlusconi: «Follia una crisi di governo». Al Senato promette tre aliquote Irpef e assicura che non sarà premier a vita. Bossi gelido.

ROMA. «Non esiste alternativa a questo governo e una crisi in questo momento sarebbe una follia, una sciagura per l'Italia». Silvio Berlusconi si presenta al Senato per la verifica chiesta da Napolitano dopo la nomina dei sottosegretari «responsabili» e ad attenderlo non c'è nemmeno un voto. Per evitare l'effetto «boomerang», le opposizioni hanno deciso di non presentare documenti e per il Cavaliere (che sul decreto Sviluppo a Montecitorio ottiene per la prima volta 317 sì, cioè la maggioranza assoluta) la strada sembra in discesa. Insolitamente sobrio, cauto e deciso ad accogliere l'appello di Napolitano alla responsabilità, il premier illustra le linee del programma di fine legislatura («governeremo fino al 2013») e per la prima volta apre al dopo-Berlusconi: «Non voglio essere premier a vita, non voglio rimanere per sempre a Palazzo Chigi e non intendo fare il leader a vita del centrodestra ma voglio lasciare all'Italia un grande partito che sia l'erede della tradizione popolare europea». La base leghista che a Pontida ha invocato il divorzio dal Cavaliere può tirare un sospiro di sollievo.
Per ora, comunque, si andrà avanti con lo stesso inquilino di Palazzo Chigi. E le opposizioni se ne dovranno fare una ragione. «Sono certo che il governo uscirà rafforzato da questo passaggio parlamentare. Le richieste di dimissioni sono un mero esercizio di propaganda e nessuno riuscirà mai a dividerci dalla Lega» dice Berlusconi, strappando qualche risata ai senatori centristi e del centrosinistra. E la ragione è semplice. Il Cavaliere si affretta a smentire ogni difficoltà con Bossi e Tremonti ma entrambi disertano l'appuntamento e non si fanno vedere. Risultato: la poltrona accanto a quella del presidente del consiglio che solitamente viene occupata dal leader della Lega o dal ministro dell'Economia (che ieri a palazzo Madama è arrivato con due ore di ritardo) è desolatamente vuota. E in serata Bossi gela Berlusconi. La verifica passerà anche alla Camera senza problemi? «Niente è scontato. Vediamo», taglia corto il Senatùr.
Ma Berlusconi tira dritto. «Con la Lega c'è un'alleanza leale e solida e insieme realizzeremo le riforme a cominciare da quella del fisco che sarà presentata prima della pausa estiva, non produrrà buchi di bilancio e si baserà su tre aliquote». Nel programma di fine legislatura, un capitolo è dedicato ai difficili rapporti con il capo dello Stato. Il premier si prodiga in attestati di stima per Napolitano, dice di condividere gli appelli all'unità e alla coesione e promette che ascolterà le ragioni dell'opposizione. «Le riforme vanno fatte ma non vogliamo fare tutto da soli chiudendoci nell'autosufficienza della maggioranza. Per questo saremo interlocutori attenti e rispettosi di ogni vostro contributo. Lavorare insieme sarebbe il modo migliore per rispondere positivamente alle preoccuopazioni e all'incoraggiamneto del capo dello Stato» dice il Cavaliere.
Ma i problemi, in questo momento, riguardano la Lega e Berlusconi e prova a disinnescare le mine. Lo fa prendendo tempo sulla richiesta del Carroccio di mettere fine rapidamente all'intervento militare in Libia: «Condividiamo le preoccupazioni di quanti temono il prolungarsi delle operazioni. Il governo assumerà ogni decisione dopo il Consiglio supremo di Difesa, dove presenteremo un piano di ulteriore contrazione dei costi e una graduale riduzione dei contingenti, in accordo con gli organismi internazionali». Non è esattamente quel che Bossi vuole e non è un caso se i leghisti presenti al Senato, a cominciare da Roberto Castelli, non intendono commentare il discorso del premier e si trincerano dietro il classico «no comment». La resa dei conti, insomma, sembra solo rinviata.
A protestare, e subito, sono le opposizioni. La capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro, paragona il Cavaliere ad un calabrone dentro un barattolo che non può volare e ricorda che la maggioranza esiste solo nelle aule parlamentari: «Se Berlusconi vuol bene all'Italia, si dimetta». Antonio Di Pietro spiega che è il caso di lasciare il premier al suo «declino politico» e invita il centrosinistra a costruire un'alternativa «credibile». Duro anche il giudizio di Casini: «Il governo sembra che esista, ma in realtà non esiste più». Il dibattito al Senato va avanti senza particolari tensioni. Poi, il leghista Federico Bricolo dice che il decreto sulle espulsioni immediate per i clandestini è stato approvato dal governo «alla faccia di Vendola e della sinistra» e il clima nell'aula di palazzo Madama si arroventa.

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