ROMA. Nella Lega è cominciata la guerra di Maroni contro Bossi. Il dissidio ora non è più sottotraccia e la posta in palio è il controllo del partito. E' stata la riunione del gruppo parlamentare alla Camera a sancire ieri la rottura ufficiale. I «maroniani» volevano il cambio alla guida dei deputati padani ma Bossi ha usato il pugno di ferro imponendo la conferma di Reguzzoni. «Se non è soddisfatto peggio per lui», è stata la risposta secca all'indirizzo del ministro dell'Interno che aveva lasciato la riunione deluso.
Maroni nega: «Nessuna lotta intestina, solo diversità di opinioni». Ma l'affondo mancato per spezzare il «cerchio magico» intorno al capo per ora è fallito. Tutto ciò, nonostante nella pancia leghista il nome di Maroni sia quello più accreditato per sostituire l'anziano leader.
In un sondaggio Swg, oggi in edicola con L'Espresso, per il 62 per cento degli elettori del Carroccio è lui che dovrà guidare il partito dopo Bossi. Luca Zaia, il governatore del Veneto, raccoglie il 18 per cento mentre terzo in classifica è l'amico esterno, Giulio Tremonti. Bossi, che nei giorni scorsi ha glissato quando gli hanno chiesto se fosse Maroni il delfino, conosce gli umori della base. «Dove ci sono io non ci sono liti, è andata benissimo», è stato il tentativo del Senatùr di chiudere lo scontro. Ma ora i dirigenti del Carroccio non possono più nascondere la polvere sotto il tappeto, perché nella riunione di mercoledì si è quasi arrivati alle mani, con il Senatùr che aveva esordito dando ai suoi deputati dei «coglioni» perché avevano osato chiederne la convocazione.
Pugno duro nonostante l'autorevolezza sembri venir meno anche per lui: altre volte erano usciti convinti dalla linea dettata dal capo, stavolta escono solo umiliati. Gongola solo Reguzzoni il fedelissimo, che ora guiderà il gruppo fino a dicembre sempre che prima non arrivi un nuovo incarico di governo come promesso dal leader. Si definisce un «bossiano integralista» e si capisce dalla sua scalata politica, come dicono gli avversari che ricordano il matrimonio con Elena, figlia di Francesco Speroni, uno dei capi storici della Lega.
I seguaci del ministro Maroni invece masticano amaro perché l'offensiva era partita proprio all'indomani di Pontida dove l'ala dura aveva fatto sentire forte la sua voce. Mettere in minoranza chi nel Carroccio è definito un «forza leghista» come Reguzzoni era il primo obiettivo, anche perché l'offensiva degli uomini di Bossi era già partita in anticipo con il tentativo di sostituire Giancarlo Giorgetti alla guida della Lega Lombarda.
Ci sono poi da registrare movimenti anche nelle altre regioni come il Veneto che avevano fatto scattare l'allarme all'Umberto. «Maroni ti vuole sfilare il partito» è la frase chiave del cerchio ristretto che gli ruota intorno: i due capigruppo Reguzzoni e Bricolo, Rosy Mauro, Montagnoli e la sottosegretaria alla salute Martini. Da ieri è partita l'offensiva con l'anziano leader che vuole difendere a tutti i costi la sua leadership.