Rabbia e attesa dopo l'uscita dagli alloggi alla Campomizzi: da qui non ce ne andiamo Pronte le catene
L'AQUILA. Due anni di caserma «che manco ai tempi del militare», racconta sull'asfalto che frigge Sergio Rossi delle case popolari di Valle Pretara. Due anni al mare, come i 134 suoi concittadini ancora censiti negli elenchi ufficiali. Due anni in una stanza d'albergo, come gli altri 660 che, almeno, sono riusciti a rimanere in provincia. Altro che mare. Altro che ferie, qui, nel piazzale della caserma Campomizzi, dove la gente cotta dal sole sventola i fogli dello sfratto. L'Odissea infinita degli sfollati.
SERGIO, L'IRRIDUCIBILE. «Io-per-cacciarmi-devono-rompere-le-catene», ripete come un mantra Sergio, 63 anni, uno dei 65 residenti nella caserma che devono spostarsi entro due giorni a Coppito. Dall'esercito ai finanzieri. «M'incateno, quanto è vero Iddio», dice mentre s'infuria perché «mi sono rotto che qui, per entrare e per uscire, devi cacciare sempre il documento. Da due anni sembriamo dei carcerati». Ma la casa di Sergio a che punto sta? «Figurati, sta in mano all'istituto (l'Ater, ndr). «È una casa E, forse da abbattere ma ancora non si decidono. Palazzine da sei piani, via Pizzo Cefalone. Abbiamo fatto due colloqui ma non sappiamo che fine faremo. Siamo tutti sparsi, noi inquilini, molti stanno ancora in albergo. Io non ho paura e da qui non me ne vado. Pensa che ai tempi della tendopoli a San Sisto sono stato l'ultimo ad andarmene. Per cacciarmi sono dovuti venire in quattro. Da allora sto in caserma, ma mo' basta: ci dessero una casa, ché ce ne stanno tante vuote. Qua dentro ci stanno pure anziani e bambini. Ci sdraiamo per terra e non ce ne andiamo».
GLI INVISIBILI. C'è pure chi sa solo che deve andarsene da qui, dalla caserma destinata agli universitari, ma senza una destinazione. In 22, infatti, non hanno avuto alcuna assegnazione. Si tratta di persone che, secondo la struttura di gestione dell'emergenza, devono essere prese in carico dai servizi sociali del Comune. Oppure dalla Caritas. Tra queste anche persone residenti in città, magari in affitto al nero, oppure ospiti di parenti e amici, quindi senza uno straccio di contratto regolare né dell'ultima bolletta pagata da poter mettere sotto il naso del burocrate di turno per ottenerne l'agognato timbro. Li chiamano «senza fissa dimora».
I GEMELLI. C'è una donna con due gemelli. La rabbia nascosta dietro ai Ray Ban scuri. «Dove li porto a dormire, che non ho neanche la macchina? Possibile che nel giro di un giorno si scopre che per noi non c'è più posto?». Ciro Bottone fa l'uomo-sandwich. Con un cartello al collo grida tutta la sua rabbia: «Non siamo mica pacchi postali. Da qua ce ne andremo solo quando ci daranno una casa. A Coppito fino a Natale, e poi? Un altro trasferimento, per dove? Ne abbiamo fatti anche troppi, siamo stanchi. Nessuno se ne andrà, perché nessuno ha firmato la carta. Io l'affitto lo voglio pure pagare, ma non mandatemi in montagna. Serve una soluzione definitiva».
IL CASO PRETURO. Ci sono anche alcuni dei residenti in via dei Verzieri a Preturo, case fatiscenti per il Comune ma abitabili per chi fornisce l'assistenza alla popolazione. «Il sindaco Cialente ci ha detto: per voi non c'è soluzione», si rammarica Anna Evangelista. «Di tutti questi spostamenti non ne possiamo più. Vogliamo una casa, mica l'elemosina».
GUERRA TRA POVERI. «Via la gente che non ha i requisiti, dateci i Map vuoti», attacca una sua vicina, Maria De Filippo, casa B poi diventata A, quindi agibile, «ma tuttora in zona rossa, zona Belvedere, sotto al ponte pericolante, non c'è acqua, non c'è gas: dove vado, a 63 anni? Da mia figlia che si è sposata da 8 mesi? Ci avevano promesso una casa di legno, tutti l'hanno avuta, stranieri compresi, tranne noi aquilani. Che significa single? Un tetto spetta pure a noi».
L'AMBULANZA. La nota della Sge non lascia nulla al caso. Indica a ciascuno dei residenti che, se vogliono, possono andarsene «autonomamente» facendo i bagagli nel giro di 24 ore, mentre, se vogliono aspettare, «il 29 e 30 giugno saranno a disposizione i mezzi della Croce Rossa». «Cioè ci portano via con l'ambulanza?», rumoreggia l'affollato piazzaletto della caserma-residenza dove gli universitari che convivono con gli sfollati stavolta passano un po' intimoriti, e gli occhi bassi. «Del resto», dice una ragazza romena, «sono loro che ci cacciano. Ma gli universitari stanno dappertutto, le case servono per chi non ce l'ha».